• Alla Bologna Children’s Books Fair del 2024 ho avuto modo di ascoltare l’autrice di un libro che era appena arrivato in libreria e che, parlando, aveva fornito alcuni spunti di riflessione interessanti, uno dei quali ha piantato radici nella mia testa e non mi ha più abbandonato.

    Nello stesso periodo era uscito anche un romanzo 10+ che, in qualche modo, andava a braccetto con quanto avevo sentito a quella presentazione e la cosa mi colpì, tanto da decidere di parlarne appena possibile.

    Questo mette subito in chiaro due cose:

    1. ma quanto sono sul pezzo? Cioè… non uno, ma ben due titoli usciti più di un anno fa! Ma chi la conosce la FOMO?
    2. la mia capacità di concretizzare le cose è sorprendentemente veloce.

    Vabbè, lasciamo stare e smettiamo di fare gli schiocchi. Torniamo seri.

    Dunque, la presentazione alla quale ho assistito era quella di Stardust. Polvere di stelle di Hannah Arnesen, edito da Orecchioacerbo e tradotto da Laura Cangemi.

    Stardust è un libro difficile da inquadrare.
    Ha una storia editoriale interessante e un altrettanto interessante risultato, ma se lo si volesse esporre in libreria sarebbe difficile incasellarlo correttamente. Non è propriamente un libro di divulgazione, eppure contiene parecchie informazioni riguardo la vita sulla terra. È indubbiamente un illustrato, ma di che tipo? Perché non è all’accuratezza scientifica che mira. Non è nemmeno un testo narrativo, non del tutto almeno. Non parliamo poi dell’età di riferimento, perché sarebbe complicato definirla.

    Ma che cos’è, allora?

    Stardust, secondo me, è una sorta di flusso di coscienza che nasce da un bisogno concreto e finisce col mettere insieme molte cose che vanno dall’arte alla scienza, come sarebbe giusto fare quando si riflette su qualcosa.
    Questo bisogno concreto di partenza è quello che mi ha colpito durante la presentazione.

    In questi ultimi anni si discute molto, infatti, di riscaldamento globale, problemi ecologici e via dicendo, ma l’autrice ha candidamente affermato che sì, si sente tutto questo, se ne parla, si prova anche a fare qualcosa… ma a volte manca una vera convinzione, un sentire abbastanza forte. Allora si è resa conto che si tende a preoccuparsi di qualcosa solo quando quel qualcosa lo si ama, e si ama qualcosa quando quel qualcosa lo si conosce. Di norma, non vuoi bene a una persona di punto in bianco, ma conosci quella persona e impari ad amarla conoscendola. Amandola ti interessi a lei, vuoi prendertene cura, la aiuti… la stessa cosa, in qualche modo, succede con la Terra. Arnesen sentiva di non conoscerla abbastanza e quindi si è messa a studiarla, perché solo conoscendola avrebbe imparato ad amarla davvero.
    Il risultato di quello studio e quell’amore è stato Stardust, appunto.

    Stardust è un libro composto da tre lettere.

    La prima ha come destinataria la Terra stessa. La seconda ha come destinatari noi lettori. La terza, invece, è stata pensata per un ipotetico futuro figlio dell’autrice.
    In queste missive sono racchiude molte cose: i pensieri della scrittrice, dati e informazioni relative al nostro pianeta e alla vita che ospita e ha ospitato, paure e speranze.

    Personalmente credo, come già detto, che il risultato sia interessante.
    Ritengo che la forza del volume stia nelle illustrazioni, realizzate con l’uso di molto acquerello, che io trovo belle, evocative, emozionanti, con un bell’uso del colore, che sanno trasmettere meraviglia ma anche inquietudine nei momenti giusti. Sono, proprio come la scrittura stessa, una sorta di flusso di pensieri.
    La scrittura è buona e sebbene rischi, in qualche occasione, di cadere in quello che io temo di più nei libri del genere, ovvero il “guarda come abbiamo ridotto il mondo” (affermazione anche vera, ma che non porta nulla), riesce in verità a rimanere sulla buona strada e, anzi, regala una conclusione ricca di speranza.
    Sicuramente Arnesen ha trovato un modo differente di raccontare la Terra e chi l’ha abitata e la abita tutt’ora. Un modo ricco di stupore e meraviglia, ma anche di angoscia e, appunto, speranza. Una scrittura adatta probabilmente a bambini più grandicelli, se affrontata in solitaria, che sono sicuro sarà apprezzata anche da molti adulti.

    Troverete svariate recensioni, online, su questo libro. Quello che mi interessa qui, invece, è appunto quest’idea del conoscere per amare, e quindi riuscire a prendersene cura. Un concetto che, in modo diverso, appare anche in un romanzo dello stesso periodo: Il Faro straordinario, di Deborah Epifani, Giunti.

    Questo romanzo è destinato a lettori di almeno 10 anni e racconta di Nereide, una dodicenne che ha perso i genitori e vive con lo zio a Picco Sfracello, sotto l’ombra di un faro fatiscente. Tra bulli e solitudini, la vita della ragazzina scorre com’è prevedibile fino a quando non si imbatte in Malù, un ragazzino… particolare.
    Le interazioni tra i due sono delle parentesi spumeggianti nell’ordinarietà della vita quotidiana, e sono anche le parti più belle del libro. Colori, gioia, vita… Malù è energia e gaiezza ed è difficile non volergli bene. Questo personaggio misterioso, che si fatica a capire per bene e che tarda a rivelarsi nella sua vera essenza, è una figura che sa farsi strada nel cuore del lettore; è aria fresca, brio, forza e il cuore pulsante del libro.

    È difficile, qui, non fare spoiler, ma si può dire che Il Faro straordinario è, a suo modo, un romanzo ambientalista, così com’è ambientalista pure Stardust, e che questa sfaccettatura della storia diventa comprensibile nel momento in cui si capisce che Malù è anche la ‘forma umana’ di qualcos’altro e non un semplice amico immaginario di Nereide, come invece si potrebbe supporre inizialmente.

    È qui che torniamo al discorso fatto sopra: conoscendo Malù, Nereide impara a volergli bene e, volendogli bene, vuole aiutarlo e proteggerlo.
    Tutto questo porta anche ad alcune ‘risoluzioni’ più personali per la protagonista ma, ancora una volta, non è questo a interessarmi in questo frangente.

    Leggendo Stardust e Il Faro straordinario in sequenza, quello che mi ha colpito è stato proprio il trovare nel secondo libro, concretizzato in forma narrativa, quello che nel primo era stato teorizzato: conoscendo qualcuno/qualcosa imparo a volergli bene e quindi mi interesso a lui e voglio prendermene cura.

    È un’idea che sta alla base, se vogliamo, della convivenza umana ma che, banalmente, non avevo mai pensato di collegarla ad altro. Comprendere questo, però, fa intuire che l’educazione ambientale non può essere un semplice accumulo di nozioni date tanto per darle, ma deve agire in modo differente. Diventano anche maggiormente apprezzabili molti bei libri divulgativi che in questi anni hanno avuto modo di arrivare sugli scaffali delle librerie (io non smetterò mai di citare PiNO di Topipittori) e che hanno un approccio molto interessante e volto a una conoscenza attiva e ‘differente’ del mondo.

    Questi pensieri non sono riusciti a starsene chiusi nella mia scatola cranica e ho dovuto trasformarli in una breve chiacchierata con Deborah Epifani, perché mi piaceva l’idea di capire come questo romanzo fosse nato e vedere se trovavo riscontro a queste mie riflessioni. Lei è stata così gentile che, ormai parecchi mesi fa, si è messa a darmi retta. Ora, con la lentezza che mi contraddistingue, posso lasciare la parola a lei. (Deb! Eccoci, finalmente! Non mi ero dimenticato del nostro scambio!)

    A voi auguro buona lettura e, se avete letto o leggerete questi testi, fatemi sapere cosa ne pensate.

    DOMANDA: Tu scrivi della natura, in qualche modo. Con questo intendo che il mondo naturale, più o meno esplicitamente, riveste un certo ruolo all’interno delle tue storie. Mi chiedevo se ci fosse una ragione particolare o se è ‘semplicemente’ una tua passione entrata nella tua scrittura.
    RISPOSTA: Credo siano entrambe le cose. Ho la fortuna di essere cresciuta in un luogo ricco di paesaggi naturali, laghi, montagne, valli e boschi… tanti boschi. Ne sono letteralmente circondata; dalla mia finestra non è raro scorgere caprioli, scoiattoli, faine, rapaci o cinghiali. Il Parco Naturale della Val Grande, che vanta una ragguardevole biodiversità, si trova a una manciata di chilometri da casa. Al di là del mio giardino scorre un ruscello la cui voce mi è ormai familiare, proprio come la voce delle persone che abitano con me. Ne riconosco il tono al variare delle stagioni e ne avverto ogni cambiamento come si avvertono gli umori di una persona cara dalla sua intonazione. Ecco, vivere dove la natura è ancora così presente credo che porti inevitabilmente a parlarne, in un modo o nell’altro. Immagino che uno scrittore di una grande città avrà familiari i luoghi cittadini, e così sarà più portato a includere quel mondo altrettanto affascinante (e le sue dinamiche!) nelle proprie storie. Con questo non voglio dire che si debba scrivere solo di ciò che si conosce a menadito, anzi! Ho scritto un romanzo per metà ambientato su una minuscola e sperduta isola dell’Alaska, estremamente diversa dai boschi del Piemonte. Eppure la storia scaturisce proprio dagli aspetti naturali legati a quel luogo. È ciò che ci emoziona a dar vita alle storie, nel mio caso è la natura a emozionarmi di più.

    D: Come nasce Il Faro straordinario? Da dove arriva l’idea?
    R: Il Faro straordinario si rifà in parte alle mie origini salentine e al mio desiderio di raccontare un po’ più da vicino sapori, profumi e colori delle innumerevoli estati della mia infanzia, quando trascorrevo due o tre mesi dai nonni e dalle zie. Ma non è solo questo. Il mio nonno materno, in particolare, è stato una figura per me enigmatica e piena di fascino. Era infatti un ex guardiano di faro, l’ultimo guardiano del faro di Gallipoli. Era un tipo unico, vestito sempre con pantaloncini blu e camicia bianca (ne aveva uno stock nell’armadio), quasi fosse una divisa anche in pensione, capace di farti ridere a crepapelle e un attimo dopo di lasciarti sbalordita a osservarlo in silenzio mentre lui scrutava il mare e rimuginava su chissà quali episodi del passato. Il mio primo ricordo è legato al nonno e al giorno in cui mi portò sulla cima del faro. Rimasi letteralmente ammaliata da tutti quei gradini bianchi e dall’immensa lampadina sfaccettata sulla cima. Non so se è realmente il mio primo ricordo, ma mi piace pensare così. Mio nonno aveva fatto la Seconda Guerra mondiale, marconista sui sommergibili, ma con me ne parlò mai. Negli anni mi sono costruita storie fantastiche su di lui. Un nonno così avventuroso e misterioso non ti capita tutti i giorni!
    In mezzo a queste storie è emersa quella che poi si è trasformata ne Il Faro straordinario. Di mio nonno, così com’era, in quella storia c’è poco. Ma tantissimo di tutto il mondo incredibile e meraviglioso che la mia fervida immaginazione di bambina ha edificato, alta e fulgida come il faro che custodiva, intorno alla sua figura.

    D: trovo interessante il fatto che il romanzo nasca dal faro a dalla figura del suo guardiano, più che dai due ragazzini protagonisti, ma forse è sempre così, con le storie. Si parte da un elemento di… fascino? Meraviglia? E poi si allarga l’obiettivo. Ma io vorrei proprio puntare le luci sui piccoli protagonisti. O meglio, su Malù. Perché Malù è una figura che ha una particolarità, ovvero non è esattamente quello che appare. Allora, cercando di non fare troppo spoiler, mi piacerebbe capire, anche in questo caso, come nasce la figura di Malù e cosa ti ha portato a renderlo… beh, quello che è.
    R: È vero, Malù è molto particolare, non è ciò che appare, ma anche in questo caso l’immaginazione di bambina prima e di adulta poi è stato il fulcro da cui si è sviluppata l’intera storia. Per certi versi, come ti dicevo, Il Faro straordinario ha preso spunto dalle mie origini, dai personaggi reali che mi hanno accompagnata durante l’infanzia. Per questo (e per altri motivi, come la presenza di elementi “magici”) è un libro diverso dai miei precedenti. D’altro canto i due giovani protagonisti e il loro rapporto mi hanno permesso di parlare di ciò che mi sta a cuore da sempre, proprio come è accaduto con le altre storie: la natura, l’ecologia, il legame indissolubile e prezioso che noi esseri umani abbiamo con essa. E se ci pensi è lo stesso Malù a dichiararlo, sussurrandolo appena all’orecchio della protagonista, ma a chiare lettere, in modo inequivocabile: “Innamorati di me!”, dice. Una forte richiesta, una necessaria speranza, più che un desiderio. Perché Malù è importante, molto più di quanto la protagonista e anche il lettore possano immaginare, ed è solo imparando a conoscerlo e amandolo profondamente che sarà possibile salvarlo, anche se questo significherà guardare nel buio e spiccare un salto nel vuoto. Ma non è forse da qui che parte ogni nuova avventura?

    D: credi che i libri, e le storie in generale, possano davvero avere un impatto, per esempio in ambito ecologico, sui giovani lettori? O c’è il rischio che rimanga solo una idea/speranza dell’adulto? E come si evita il rischio di diventare troppo ‘pedagogici’, cioè troppo incentrati sul messaggio? (Sempre se questo rischio esiste).
    R: No, non credo che i libri, da soli, possano avere un impatto ecologico sui giovani lettori o risolvere i problemi del nostro tempo. Credo che i rischi ci siano sempre. Qualsiasi forma di comunicazione noi utilizziamo, non è detto che il messaggio passi dall’altra parte, e per svariati motivi. Sono altresì convinta che ne valga la pena, che le storie racchiuse nei libri, nonostante la crisi profonda che stanno attraversando, possano toccare le corde dei giovani lettori tanto quanto le storie narrate in altre forme, tra cui quelle visive dei film e delle serie tv. Sta però a noi adulti trasmettere la cultura del libro, perché è vero che oggi siamo tutti immersi in una comunicazione rapidissima, frammentata e il più delle volte distorta. Ma è anche vero che proprio per questo il libro ha potenzialità di comunicazione eccezionali, in quanto porta, con i tempi fisiologici del pensiero umano, a immaginare e a costruire il propriounico mondo interiore, che al contrario di un film non ha confini. E dunque, può allevare straordinari pensatori, ecologisti e scienziati. A patto, certo, che si lasci ai ragazzi un po’ di libera interpretazione, che si utilizzi il loro peculiare linguaggio, quello della fantasia e delle metafore. Il messaggio allora spiccherà tra le righe molto più di un precetto pedagogico. Non solo, rimarrà impresso nel cuore e nella mente del giovane lettore perché avrà suscitato in lui molte autentiche emozioni.

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