• Un giorno una persona alla quale avevo consigliato alcune letture per l’infanzia mi scrive un messaggio che suona, più o meno, così: “penso di aver finalmente capito cosa voglia dire Una tigre all’ora del tè”.

    Se non conoscete questo lavoro di Judith Kerr, sappiate che si tratta di una storia illustrata che racconta di una tigre che si presenta a casa di una famiglia all’ora del tè, appunto, e che, essendo affamata, chiede di poter partecipare alla merenda. Madre e figlia, che sono delle ospiti davvero gentili, la accolgono e le offrono praticamente di tutto, e la tigre tutto mangia e tutto bene. Ma davvero tutto. Tanto che quando poi se ne va, la famiglia sarà costretta ad andare a cenare fuori.

    La storia è tutta qui. Non c’è una morale conclusiva, non c’è rabbia o disperazione nei protagonisti. La tigre viene, mangia, se ne va. Fine. È indubbiamente un libro che fa divertire, che incuriosisce, però questa mancanza di una morale esplicita può destabilizzare gli adulti che potrebbero semplicemente non leggere più questa storia, oppure intestardirsi nel voler trovare un messaggio, o qualcosa di simile.

    Una delle teorie più accreditate è quella che vede nella tigre il nazismo, che arriva e porta via tutto. Quest’interpretazione nasce dal fatto che Kerr è davvero stata vittima del nazismo (è, tra l’altro, l’autrice di Quando Hitler rubò il coniglio rosa), ma cercando online pare che lei abbia sempre negato questa cosa e che, anzi, abbia più volte ribadito che Una tigre all’ora del tè era una storia che raccontava alla figlia. Una storia divertente. Punto.

    Perché, allora, continuiamo a cercare un significato nascosto? E perché il fatto che non ci sia ci turba?


    Non molto tempo fa, sul blog di Topipittori, in un post dedicato a “Storia dell’arte” di Paul Cox, si legge così:

    Lettrici e lettori italiani devono ancora prendere confidenza con Paul Cox, con il suo stile eclettico, i suoi testi spiazzanti, la sua ironia sottile, il suo modo non lineare di raccontare, la libertà con cui si fa beffe di arte e letteratura, i suoi libri poco convenzionali per testi e immagini. Proporlo in catalogo per noi è stato un modo di esplorare una strada interessante, ma certamente non sicura. Il pubblico, infatti, è abitudinario e per le novità ha bisogno di tempo.

    È un’affermazione che ritengo estremamente interessane e che sento vera in molte sfumature che vanno ben oltre il singolo caso di Paul Cox.

    Non ho potuto fare a meno di collegare, nella mia testa, questa dichiarazione a una frase di Giovanna Zoboli (quindi siamo sempre in casa Topipittori) presente nel libro di Silvia Vecchini Una frescura al centro del petto. Nella seconda parte del volume, infatti, c’è un’intervista che Vecchini fa a Zoboli dove quest’ultima dice (e qui parafraso) che le è capitato molte volte di sentire delle persone dire, specialmente in fiere o eventi di vendita diretta, che i libri Topipittori erano troppo belli per i bambini.

    È una cosa che ho sentito spesso anch’io.
    L’Atlante Geo-grafico è troppo raffinato, per esempio. Oppure alcuni titoli sono semplicemente “troppo” e vengono ritenuti per adulti. Un esempio su tutti, sempre Topipittori, è L’anima smarrita, che abbina un certo tipo di testo, firmato da Olga Tokarczuk (un premio Nobel, giusto per precisare), alle immagini evocative (e incredibili) di Joanna Concejo.
    Affermazioni di questo tipo le ho sentite anche da parte di educatrici, che appunto ritenevano certi albi dei prodotti non destinati davvero ai bambini. E non ci si stava riferendo a testi creati appositamente per ammiccare a una certa idea d’infanzia, o a quelli che esplicitano in maniera fin troppo evidente quel genere di messaggi/istruzioni che gli adulti ritengono indispensabili per i bambini. No! Ci si stava riferendo a titoli considerati troppo difficili, belli, ricchi, strani.

    La cosa interessante è che si tratta sempre di un gioco al ribasso.

    Quel tipo di disegno è troppo particolare, meglio rimanere su un’estetica cartoonesca. Quel testo è troppo complicato, meglio rimanere su qualcosa di più lineare. Quel libro tratta un argomento complesso, meglio qualcosa di più terra-terra.


    Di recente ho lavorato, per alcune giornate, in una libreria. Poca roba, giusto per dare una mano in un periodo bello denso qual è quello pre-Natalizio, ma mi è bastato per far sbocciare in me molti pensieri. O meglio… molte domande.

    Durante Io leggo perché, per esempio, ho sentito qualcuno dire che Che cos’è un bambino? era un libro difficile per dei bambini dell’asilo e, lo ammetto, subito sono rimasto un po’ sorpreso dall’affermazione.
    Per prima cosa era un testo tra quelli suggeriti dalle insegnanti, e poi la fascia prescolare è proprio quella a lui congeniale.
    Sono quindi andato a riprenderlo in mano per tentare di capire cosa potesse scatenare un tale pensiero. Saranno state le illustrazioni della Alemagna? In effetti non è uno stile disneyano, il suo. Saranno stati i testi? In un certo senso si potrebbero definire, almeno alcuni stralci, tendenti al filosofico?

    Un bambino non è un bambino per sempre.
    Un bel giorno cambia.

    Non lo so. Non ho capito cosa potesse rendere quel testo ‘difficile’.
    Ma ho notato, sempre stando in libreria, una quasi costante sottostima delle capacità dei giovani lettori, che si traduce spesso nell’acquisto di testi non adatti all’età del destinatario. Viene cioè preso un libro che dovrebbe essere destinato a lettori più giovani. Questo perché, di norma, non li si ritiene capaci di affrontare testi un poco più complessi (e non sto parlando della Divina Commedia) e si ha paura di fornire qualcosa che non invogli alla lettura, che li spaventi. Soprattutto se il destinatario non è un lettore forte, si tende a prediligere libri che abbiano un’impaginazione molto ariosa, ricca di spazi bianchi, con un numero contenuto di pagine.
    Questo però è controproducente, secondo me. Sebbene, infatti, le capacità di lettura possano, per un qualsiasi motivo, non essere ancora ‘grandi’, è però indubbio che la storia raccontata dal testo faccia riferimento a determinate fasce di età. Il rischio, quindi, è che si doni a qualcuno una storia che non potrà mai essere interessante, perché completamente fuori focus. Non posso, cioè, proporre a un bambino di seconda elementare uno dei millemila Lupi di Orianne Lallemand, perché cosa potrà mai trarne? Di sicuro non la gioia di leggere.


    Tutte queste cose per dire che c’è un’idea molto precisa, nella mente delle persone, di cosa sia adatto ai bambini e cosa no, ed è un’idea sbagliata.

    Sì, forse sto esagerando. Forse, se davvero le persone hanno un’idea sbagliata della letteratura per l’infanzia, allora potrebbe esserlo pure la mia.
    Però mi pare che quest’idea generalizzata spesso preveda che la complessità (sia essa nelle forme, nel contenuto o nella differenza) non sia fatta per i bambini.
    Le illustrazioni devono essere eseguite in un certo modo, entro certi ‘standard’, i colori devono essere di un certo tipo e i testi, beh, i testi devono avere una certa linearità, devono spiegarsi da soli, non possono avere significati ‘altri’ e spesso devono contenere un messaggio edificante, o almeno un messaggio chiaro, che si capisca, insomma, cosa quel libro sta dicendo ai nostri pargoli. Quello che è fuori da questo mucchio magari non viene considerato brutto (anche se certe volte, purtroppo, quello che non viene compreso finisce proprio qui, tra i considerati ‘inutili’), ma in genere viene visto come ‘per adulti’.

    Il motivo dietro quest’idea io lo sto ancora cercando.
    Perché i nostri bambini non avrebbero diritto alla bellezza, alla differenziazione e alla complessità, io non lo so.

    Sembra che gli adulti siano costantemente pervasi dalla paura che un bambino possa essere traumatizzato da un libro. O respinto. Solo che per decidere cosa potrebbe traumatizzare (muro di testo, illustrazioni, significato nebuloso) si guarda con i nostri, limitati e limitanti, occhi.

    Forse la verità è che nei libri per bambini cerchiamo rassicurazione.

    Se il testo veicola un messaggio preciso, estremamente mirato, so cosa capirà mio figlio. Se si parla di gentilezza, so che mio figlio crescerà gentile.
    Se non mi piace uno stile artistico e non lo capisco, non lo propongo.
    Se artisticamente ho tra le mani qualcosa di palesemente straordinario e che mi piace, decido che è per adulti perché così non mi sento sciocco a volerlo per me.

    Non lo so. Forse queste mie ultime parole sono solo stupidaggini. Alcuni miei tentativi di capirci qualcosa.

    Quello che però mi rende triste è che a fare come si sta facendo ora, non si sta offrendo la varietà, non si sta fornendo possibilità diverse. I testi ‘possibili’ diventano limitati e quindi l’offerta andrà ad allinearsi sempre più a quest’idea, diminuendo gli immaginari, le parole, le sensazioni.

    Che cosa ci aspettiamo dai libri per bambini?
    Non lo so. Però credo che dovremmo toglierci dalla testa l’idea di questa necessità di scegliere solo libri ‘giusti’. I libri giusti non esistono.

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