• Guus Kuijer riesce sempre a sorprendermi. Lo fa in molti modi, ma quello che più mi colpisce, ogni volta che leggo un suo romanzo per ragazzi, è la semplicità della sua scrittura. Anzi, semplicità non è la parola corretta, forse è meglio… levità. Sì, levità mi pare perfetta. Questo autore riesce sempre, infatti, a trattare argomenti considerati difficili con una grazia davvero ineguagliabile e questo perché, probabilmente, a differenza di moltissimi autori che scrivono delle stesse ‘tematiche’ ma col solo scopo di parlarne, lui racconta una storia che, di quella cosa lì, nemmeno sembra parlare.

    È quindi con ammirazione che sto, pian piano, recuperando tutte le sue opere. Non potevo quindi fare a meno di leggere Florian, un testo ancora inedito in Italia che ci è stato finalmente portato da Camelozampa (traduzione di Valentina Freschi e illustrazioni di Alessandra Lazzarin).

    Florian è un ragazzino molto intelligente e che si fa molte domande, domande che diventano un leitmotiv del libro e anche quella chiave che ci permette di accedere meglio alla sua ‘essenza’.
    Ma Florian è anche un ragazzino che sente di vivere in una realtà non sempre semplice e, anzi, spesso complicata: i genitori bisticciano di continuo, non sembra esserci traccia di amicizie profonde e pure a scuola c’è una maestra che sempre pronta ad arrabbiarsi per un nonnulla.

    All’inizio della storia, però, un passerotto vola sulla testa di Florian e, sarà per i molti ricci rossi o semplicemente perché il giovane gli pare simpatico, la elegge nido onorario sul quale appollaiarsi ogni volta che il ragazzo esce di casa.

    Questa cosa fa sentire Florian speciale, in qualche modo.

    Lo fa stare bene. Sente il passerotto (ribattezzato Nico) come un amico ma, allo stesso tempo, anche come una cosa tutta sua.

    Questo Nico, ma anche una ‘particolare’ amicizia con Katja, una ragazza un poco più grande di Florian che proprio a lui dichiara il suo amore, sono il cavallo di Troia che Kuijer utilizza per portare, in maniera quasi inaspettata, degli argomenti più ‘pesanti’ entro le mura del lettore.

    Mentre l’autore ci distrae con questo uccellino, mentre ci fa chiedere da dove venga, come mai abbia scelto proprio la testa di Florian, se dopo scuola sarà ancora lì ad aspettarlo… mentre ci fa sorridere agli affondi di Katja e ai tentativi di parata di Florian… ecco che introduce, tra le altre cose, la nonna.

    La nonna è una persona anziana esterna alla famiglia, probabilmente affetta da demenza senile (o peggio), che Florian e Katja incontrano per caso. Da quel momento i due iniziano a prendersene cura. Non sempre con entusiasmo, non sempre con sicurezza, ma lo fanno con una certa costanza.
    La nonna è il catalizzatore nel rapporto tra Florian e Katja. Ma è anche quella cosa che dona a Florian il senso di responsabilità, così come la preoccupazione, il senso d’ansia e di paura, ma anche l’idea di cura degli altri.

    La nonna, però, è a sua volta un cavallo di Troia, costruito per portar dentro la storia altre cose ancora. L’andare ad accudirla, difatti, provocherà alcuni eventi che andranno a rendere più evidente il conflitto presente tra i genitori di Florian, ma anche il conflitto interiore di Katja, per esempio, che arriverà ad esplicitare aspetti inaspettati di se stessa, con delle conseguenze per tutti gli attori in gioco.

    L’umanità era come un piatto di crauti, con quei filamenti schifosi che ti si incastrano tra i denti.

    Mentre questa matrioska viene costruita, però, Kuijer non si dimentica mai della narrazione e le distrazioni come Nico o Katja sono tranquillizzanti e simpatiche e, allo stesso tempo, mai delle mere decorazioni.
    Nico serve per mostrare qualcos’altro, come per esempio la vulnerabilità di Florian. Il rapporto tra Florian e Katja, con lei a tratti quasi molesta ma anche divertente, mette in scena, con estrema tenerezza, una relazione veritiera per quell’età. C’è questa bambina un poco più grande che dichiara il suo amore a qualcuno che, forse, non sa nemmeno cosa sia l’amore ma che si ritrova invischiato in questo rapporto goffo, che allo stesso tempo lo fa sentire bene ma anche strano…

    C’è molta maestria nelle costruzioni di Kuijer. E moltà verità.

    Florian, come accennavo sopra, è anche un bambino che si fa molte, molte domande. La sua mente è costantemente occupata da pensieri e interrogativi, a volte anche apparentemente sconnessi ma che, invece, hanno grande importanza e molti significati.

    Sono innamorato? pensò. O ho paura? Siccome non c’era niente di cui avere paura, poteva ben essere che fosse innamorato.

    Florian è, infine, un romanzo di relazioni. Molte relazioni e di tipo diverso. E di come queste relazioni ci creino, ci plasmino in qualche modo. La vicinanza di Katja, che pare quasi imbarazzante in principio, contribuisce a rendere Florian differente. Il rapporto tra i genitori, e dei genitori nei confronti di Florian, hao un certo tipo di impatto. Anche quello con la maestra ha un impatto, così come quello con la nonna. Tutti i fili che legano i personaggi sono vivi, vibranti e sempre pronti a tendersi.

    Parliamo, pensò Florian, ma non ci capiamo. Gli sembrò un bel pensiero, che lo fece scivolare in una piacevole tristezza. Come un film su una bambina cieca che per poco non cadeva in un canale perché il suo cane guida era morto. Parliamo, ma non ci capiamo. Ah, che meraviglia! Avrebbe voluto pronunciare quella frase ad alta voce, ma capì in tempo che si trattava di un pensiero segreto, che avrebbe dovuto portare con sé nella tomba. Se Jelle e Mieke avessero saputo che non si capivano, le loro discussioni non avrebbero avuto più alcun senso. E allora si sarebbero lasciati e la colpa sarebbe stata sua
    Ne aveva almeno un centinaio, di pensieri segreti. Li aveva nascosti talmente bene nel suo cervello che non riusciva più a trovarli.

    Scrivendone mi rendo conto che, a volerne parlare, sono tante le cose che escono da questo libro. La qualità di Kuijer è di scrivere testi che sembrano proprio il passerotto Nico: ti si posano sulla testa, ti fa piacere che ci siano, a volte te ne dimentichi perché non pesano nulla, ma poi, d’improvviso, ecco che rispuntano e ti mostrano una nuova angolazione, una differente sfumatura, e anche quando ti sembra che non ci siano più, loro sono sempre lì e rispuntano, rifioriscono, si rimettono in moto.

    Eccola, la levità di questo grande romanziere. Una levità che non fa sentire il ‘peso’ della storia, ma che non smette mai di rimanerti dentro.

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