Di spade e di teatri

Questa estate sono stato a un incontro in cui si parlava delle librerie e della legge sulla lettura. Si è accennato, tra le altre cose, al come, durante i lockdown, l’acquisto dei libri sia aumentato. I libri, grossomodo si è detto, sono quelle cose che ti permettono di vivere in un altro mondo, in un altro momento. Ti fanno viaggiare.
Se dovessi spiegare cos’è un romanzo per me credo che difficilmente darei questa risposta, è però indubbio che questo sia uno dei ‘poteri magici’ dei libri, in particolar modo della narrativa. Ed è un potere che secondo me ha maggior forza durante la giovinezza e l’adolescenza. Almeno per me è stato così e ricordo in maniera molto vivida i miei ‘viaggi’ nei regni fantastici, o nella storia.
La maschera del no, il primo volume de Le cronache dell’acero e del ciliegio, tetralogia firmata da Camille Monceaux, fa indubbiamente parte di quei libri capaci di donarti un accesso per l’altrove.

Questo altrove è il Giappone di inizio epoca Edo.
A livello storico ci troviamo nel momento in cui lo shogun Tokugawa Ieyasu ha da poco vinto la battaglia di Sekigahara dando vita a quella che sarà, a tutti gli effetti, l’ultima dittatura militare della storia del Giappone. La dinastia Tokugawa resterà infatti al potere fino al 1868.
l protagonista del romanzo è però Ichiro, un orfano che viene ‘trovato’ da un vecchio maestro samurai il quale lo alleverà come un figlio e gli insegnerà la via della spada.
La prima parte del libro si sofferma proprio sull’infanzia del protagonista, caratterizzata da una vita isolata e da un profondo studio della spada, ma non solo. Si tratta di un’esistenza fatta di semplicità e isolamento che si rispecchiano in un ritmo ‘lento’ della scrittura stessa. Qui, però, c’è già una prima cosa molto interessante. Il maestro di Ichiro, durante le sue lezioni, pur rimanendo sempre piuttosto enigmatico lascia intendere di essere stato un samurai legato al clan dei Toyotomi, ovvero i rivali di Tokugawa che, qui, viene quindi visto come il nemico. Ritengo questo interessante perché Tokugawa è considerato l’unificatore del Giappone. Il suo fu un regno di pace instaurato dopo un lungo periodo di guerre, è quindi curioso che l’autrice abbia deciso di renderlo il nemico, almeno per il momento. Cosa ci riserverà il futuro della saga?

Ma andiamo con ordine.

Dopo questa infanzia tranquilla e isolata, la storia di Ichiro viene stravolta da degli eventi drammatici che lo portano a vivere svariate avventure e lo conducono fino a Edo, l’attuale Tokyo.
Qui succede un’altra cosa degna di interesse: il teatro.
Il Giappone rimane a tutt’oggi un luogo per noi esotico. In epoca attuale, pur essendo un paese estremamente occidentale, continua, per forza di cose, ad avere un bagaglio di cose che lo rendono lontanissimo dalle nostre usanze. Ovviamente questo vale anche per le epoche storiche. Il grande pubblico, però, corre spesso il rischio di rimanere affascinato solo da alcune cose che ci vengono presentate con più frequenza: sushi, ciliegi in fiore, samurai, geishe, mentre c’è molto altro che esploriamo poco.
Un pregio di questo libro è, a mio avviso, quello di mostrarci una tradizione molto forte come quella del teatro, che spesso rischiamo di perderci. Certo, l’autrice non rinuncia a scrivere pagine sui samurai e sulle donne delle case da tè, ma ci fornisce anche degli elementi meno noti che incuriosiscono e ci aiutano a capire meglio il contesto e il ruolo del teatro, così come le diversità tra Kabuki e No, tra antico e moderno, tra le classi sociali, ecc. Il teatro diventa una lente differente attraverso cui guardare le cose e si fa perfino motivo di unione. È il teatro, infatti, che permetterà al protagonista di conoscere quelli che diventeranno i suoi amici più cari. È grazie al teatro che comprende la società in cui vive e che gli appare così estranea. È sempre il teatro che gli dona un frammento di quello che era quando abitava col suo maestro, perché lo riporta alla cultura, agli studi che faceva da bambino. E alla spada, ovviamente. È interessante vedere come la cultura, in questo caso, diventi una vera e propria chiave per aprire nuove porte, nuove strade per Ichiro.

Scena di teatro Kabuki.

Avere nuove strade da poter percorrere è importante per il protagonista, perché lui non sa quale sia la sua. La ricerca dell’identità è indubbiamente una colonna portate di questo romanzo. Lui è orfano e non sa nulla del suo passato. Possiede solo un ciondolo a forma di foglia d’acero che lo lega a chi era. Eppure non è un’identità di famiglia l’unica che va cercando. Anzi, direi che è l’ultima cosa a interessargli perché, in qualche modo, una sua famiglia ce l’aveva. Ichiro è però una creatura che non trova il suo spazio nel mondo. È stato addestrato da samurai ma ora, con le nuove leggi, non tutti possono diventarlo. È un ragazzo che tende alla bontà assoluta, eppure vene invaso da episodi di dura rabbia. È istruito come un nobile, ma vive nella povertà. È diventato grande abitando insieme a due sole persone, isolato in un bosco, e ora vive nella capitale senza sapere cosa fare. Inoltre non può parlare apertamente con i sui amici, eccetto l’enigmatica Hiinahime, perché potrebbe mettersi in pericolo. In somma, chi è Ichiro? Non lo sa nemmeno lui sebbene, ancora una volta, sia il teatro ad aiutarlo a focalizzare meglio la sua persona.

A costruire tutto questo c’è la scrittura di Camille Monceaux. La sua è una scrittura indubbiamente buona. È ben ponderata ed è… calma. Non saprei come altro definirla se non con questo aggettivo. È una scrittura posata, che avanza con delicatezza. Ogni tanto cade in momenti un tantino troppo cinematografici per i miei gusti (l’arrivo del cattivo sotto la pioggia, con tanto di fulmine che ne illumina la figura sa troppo da grande schermo), però è in verità molto piacevole.
Monceaux è poi un’autrice che ‘la prende larga’, e questa è stata una sorpresa. In genere l’eroe compie un viaggio per adempiere al suo scopo, che nel caso di Ichiro potrebbero essere ben due: la vendetta del suo maestro, che è quello che davvero lo mette in moto, e la ricerca delle sue origini. Sebbene sia effetivamente il desiderio di vendetta a far partire Ichiro, questa strada viene presto abbandonata. La storia rimane infatti avvinghiata ai bassifondi di Edo e alla vita che ruota attorno al teatro. Detta così non sembra una gran cosa, ma devo dire che per me questa è stata una sorpresa piacevolissima. L’idea di potersi prendere il proprio tempo per far crescere il personaggio, per svilupparlo e allo stesso tempo mostrarci quel Giappone sono tutti punti a favore del romanzo. Di certo non piacerà a chi cerca l’avventura a tutti i costi, o un colpo di scena dietro l’altro, però credo che questa sia una strada vincente.
Il problema, semmai, è che nelle ultime cento pagine il ritmo cambia parecchio e le vicende si susseguono con troppa fretta, sbilanciando quei tempi e quegli equilibri che si erano creati nei primi tre quarti del romanzo. Ne consegue che tutti gli avvenimenti finali perdono di pathos e questo è un peccato.

Ora non resta altro da fare che aspettare l’uscita del prossimo capitolo. L’epilogo del primo ha lasciato qualche indizio che però necessita di approfondimenti, e il finale del romanzo ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Camille Monseaux ci darà dello zucchero per addolcirlo o rincarerà la dose?

  • La maschera del No. Le cronache dell’acero e del ciliegio, di Camille Monceaux, L’Ippocampo, 416 pagine, 15,90 €.

Se non avete librerie di fiducia, in questa pagina vi consiglio alcuni luoghi dove potervi rifornire dei titoli citati nel post.

Non ho l’età

Ho iniziato a diventare un lettore in seconda media. Sì, avevo leggiucchiato qualche Piccoli brividi in precedenza, ma non ero un lettore, ero solo uno che cercava di compiacere la madre e il professore di lettere.

Poi sono stato chiamato.


Ricordo molto bene che in quel periodo si faceva ancora pubblicità dei libri in tv e c’era questo romanzo, Ramses, che ogni volta che passava tra un programma e l’altro, con le sue sabbie del deserto, mi affascinava. Passai parecchio tempo a osservare quello spot. Volevo quel libro. Lo volevo davvero!

Non saprei dire come mai i miei genitori non me lo presero. Lo consideravano poco adatto? Lo ritenevano uno spreco di soldi, vista la mia quasi totale indifferenza ai prodotti letterari? O forse, molto semplicemente, per una qualche ragione nemmeno glielo chiesi. Però ricordo bene che un giorno, mentre ero in giro da solo, entrai in edicola e lì, su uno di quegli espositori girevoli, c’era una copia del secondo romanzo della saga, La dimora millenaria, nell’edizione I Miti a soli 6.900 lire.

Dovevo prenderlo!

Per un po’ lo tenni nascosto, perché avevo speso dei soldi senza permesso. Ma in quel nasconderlo mi misi subito a leggerlo.
Fu un’esperienza del tutto nuova per me. Non avevo mai provato una fascinazione simile per un testo scritto. Mai! Ogni volta che potevo mi immergevo in quella storia. Poco importava che non si partisse dall’inizio (era il secondo volume). Ne ero catturato! Ed ero lento. Ci misi moltissimo tempo a finirlo perché non ero abituato. Ma lo finii. Credo di aver molto sorpreso anche mia madre, che infatti non mi fece storie per acquistare i volumi successivi.

Qualche tempo dopo, a scuola, il professore di lettere si inventò l’ora di lettura. Una volta a settimana ognuno si portava un libro da casa e lo si leggeva per un’oretta. Io ovviamente portai il volume della saga di Christian Jacq che stavo leggendo in quel momento. Credo fosse La regina di Abu Simbel. Tutto filò liscio fino a quando l’insegnante ci chiese di leggere ognuno una paginetta, partendo dal punto in cui ci trovavamo.

Tremai.

Ramses aveva una vita sessuale piuttosto intensa e l’idea di incappare in una di quelle scene proprio nel momento di lettura ad alta voce mi terrorizzava. Ero in imbarazzo anche solo a pensarlo.
Ricordo che cercai un punto sicuro. Mentre gli altri facevano la loro declamazione, io mi davo da fare per trovare una scena tranquilla che potesse essere abbastanza lunga da non farmi incappare in situazioni imbarazzanti nemmeno nel caso avessi dovuto leggere più a lungo del previsto. Ma quando arrivò il mio turno il professore mi saltò. Magari si trattò solo di una svista, ma ho sempre creduto che fosse stata un’azione voluta.

Non credo si potesse considerare Ramses come un titolo da consigliare a un bambino. In verità non era tanto forte a livello di contenuti, ma c’era indubbiamente della violenza e parecchio sesso. Mia cugina, per esempio, che aveva la mia stessa età ma era già una grande lettrice, etichettò quei libri come storie vuote in cui non si faceva altro che scopare. Non aveva tutti i torti, sebbene all’epoca non la vedessi affatto così. Però è indubbio che non sarebbe stato considerato un libro per bambini. Invece a me cambiò la vita.


Ho fatto questa lunga confessione non tanto per raccontarvi i fatti miei, ma per arrivare a parlare delle fasce d’età che vengono applicate ai libri per ragazzi e della percezione che noi tutti, in particolare genitori, insegnanti, animatori, abbiamo di esse.

Mi sembra inutile specificare cosa volessi dire con questa introduzione a tema egizio; è chiaro che la mia esperienza mi porta a considerare poco positivamente i ‘limiti’ delle fasce consigliate, ma ci sono stati alcuni recenti episodi che mi hanno portato a riflettere su questo argomento.

Per esempio, qualche tempo fa mi sono imbattuto in un post su Facebook nel quale una mamma chiedeva dei consigli di lettura per sua figlia di seconda elementare che stava attualmente leggendo Harry Potter. Questa semplice domanda ha dato il via a una serie di commenti nei quali molti genitori ritenevano Harry Potter poco adatto per quell’età. Una persona pensava per esempio che un bambino di sette anni non potesse comprendere tutte le sfumature di quei titoli, specialmente negli anni in cui Harry è adolescente.
Una discussione simile mi aveva invece visto parzialmente coinvolto qualche tempo prima e riguardava Pinocchio, questa volta ritenuto poco adatto per bambini di 4/5 anni. I discorsi erano in sostanza gli stessi: a una certa età non si può comprendere tutto quello che il titolo in questione può offrire.

Lo ammetto. Io e mio figlio di sette anni stiamo leggendo, insieme, Harry Potter. Il mio pensiero non può che rivelarsi di parte, ça va sans dire. Per onor di cronaca mi sento anche di precisare che questa lettura è stata una sua idea.
Detto ciò, le motivazioni per cui letture di questo tipo sarebbero poco adatte mi inducono a una digressione che vira nuovamente sul personale.


Ho molto amato Addio fantasmi di Nadia Terranova.
Se dovessimo dire di cosa parla questo romanzo potremmo sicuramente elencare svariate cose, ma non c’è dubbio che il tema portante della storia sia la perdita del padre e le conseguenze che questa perdita hanno sulla protagonista del libro. Quella che però è nato in me durante e dopo la lettura è stata una riflessione, tutt’ora in corso, su come anche il più piccolo gesto di un genitore possa impattare l’intera vita di un figlio. In particolare, a colpirmi erano state delle azioni, anche innocenti e di poco conto, della madre della protagonista, quasi disinteressandomi dell’ingombrantissima assenza del padre. Tutto questo nasce da un mio personale bisogno di interrogarmi costantemente circa la genitorialità ma anche da una lettura fatta quasi in contemporanea al romanzo di Terranova, ovvero L’educazione, di Tara Westover. Probabilmente i due testi, nella mia mente, si sono accavallati portando i loro sentieri verso una direzione parzialmente comune e a me particolarmente cara.
Di entrambi i libri ho in parte parlato qui.

A questa digressione mi sento di aggiungerne un’altra: ho da poco terminato la ri-lettura de Le Onde di Virginia Woolf.
Io, sebbene non da sempre, sono uno di quei lettori che ama sottolineare i libri che legge. In quest’occasione, in particolare, ho deciso di usare un colore che fosse diverso da quello usato nelle sottolineature della mia lettura precedente. Mi piaceva l’idea di verificare se ci fossero delle differenze di percezione. E sì, ce ne sono state. Anzi, in questa rilettura ho evidenziato quasi esclusivamente cose che la prima volta non avevo nemmeno preso in considerazione. A colpirmi, in pratica, sono state intuizioni completamente differenti dalle precedenti.

Queste due digressioni, probabilmente è chiaro, vogliono mostrare almeno un paio di concetti:

  1. un romanzo non ha un ‘messaggio’ univoco. Non dice a tutti la stessa cosa. Ovvio che la trama sarà la stessa per tutti, ma poi ogni lettore prenderà o lascerà qualcosa a seconda della propria sensibilità, della proprie esperienza, del proprio io.
  2. anche un adulto non coglie mai tutto quello che un buon libro ha da offrire. Un buon libro, e sottolineo buon, sa darci cose diverse a seconda del momento in cui lo leggiamo, dello stato d’animo in cui ci troviamo, delle cose che abbiamo vissuto.

Questo mi porta a dire che ritenere un libro non adatto a un bambino perché sarebbe incapace di poter prendere tutto quello che c’è da prendere, tutte le sfumature, porta a un doppio errore: un’autodichiarazione di onnicomprensione e una svalutazione delle capacità del bambino.

Decidere che un bambino di sette anni non può leggere Harry Potter perché non sarebbe in grado di cogliere quel suo essere adolescente è un racchiudere il bambino, ma anche il testo stesso, in due scatole con tanto di etichetta e istruzioni. Non viene concesso, in questo modo, la libertà di prendere o dare quello che capita. Ma non viene nemmeno concessa la bellezza del provare difficoltà, dell’imparare cose nuove, del crescere.
E si tratta anche, inconsciamente, di pensare che quello che ho colto io di un testo sia quello che tutti colgono o dovrebbero cogliere. Ma per fortuna la buona letteratura non è così limitata e limitante.


C’è poi la storia del Premio Andersen.
Lo devo ammettere, sono rimasto un po’ confuso da alcune scelte fatte nella suddivisione delle categorie.
Probabilmente lo sapete tutti, le categorie principali del premio sono suddivise in fasce d’età. Ebbene, ho trovato alcuni titoli di questa edizione 2021 fuori posto. Uno su tutti, La scimmia dell’assassino, candidato nella fascia 12+, ma per me adatto alla fascia precedente, ovvero 9-12. Una cosa simile era successa qualche anno fa con Ultimo venne il verme, una scelta quella forse anche più ‘strana’, visto che pur essendo candidato tra i 12+ io lo farei tranquillamente leggere dalla prima elementare. Gli esempi possono essere molti altri, ma credo bastino questi per quello che voglio dire.

Volontariamente o involontariamente che sia, ritengo che nel momento in cui un premio di settore cataloga un titolo in un determinato modo, quella decisione avrà delle conseguenze. Se quindi Ultimo venne il verme viene etichettato come 12+ da un premio molto conosciuto in Italia, vien da pensare che molti lettori lo considereranno come tale.

Ma cosa si sta facendo, esattamente, quando si colloca un testo per un’età minore in una fascia più alta? Si sta semplificando l’offerta rivolta a quel pubblico e, allo stesso tempo, si sta togliendo quel prodotto a un pubblico che invece lo avrebbe potuto apprezzare. E ritengo che questo discorso sia strettamente collegato allo sconsigliare Pinocchio a un bambino di 5 anni o Harry Potter a un bambino di 7.

Si sta semplificando.

Si stanno svalutando le capacità dei lettori.
Si decide che certe cose non sono comprensibili e si entra così nel rischio di una catena di semplificazioni continue che coinvolgono la lingua, i messaggi, le strutture.


Mi torna in mente un episodio di qualche anno fa.
Quando venne pubblicato Macchine mortali in Italia, la fascia indicata dall’editore era 11+. A mio avviso un pubblico corretto, in linea col prodotto in questione.
Quando qualche anno dopo scoppiò la moda degli young adult, specialmente sulla scia di Hunger games, Mondadori ripubblicò Macchine Mortali con una copertina più ‘adulta’ e con una destinazione prettamente young adult, ovvero 13+.
Ora, è chiaro che questa è una palese scelta di marketing, ma è una scelta non priva di conseguenze. Anche in questo caso si sta dicendo che un testo pensato per undicenni è in verità perfetto per i quattordicenni. La lingua che verrà quindi presentata a un ragazzo di prima superiore è quella in verità pensata per uno di prima media, e così la relativa struttura, gli eventuali messaggi, ecc.

È un problema se un tredicenne si abitua a leggere libri per bambini di dieci anni, o meno?
Perché riteniamo i nostri bambini così incapaci di poter affrontare un testo complesso? E perché riteniamo che dovrebbe poter cogliere tutto e subito, alla prima volta? Perché non contempliamo la possibilità di riletture o anche solo di pensieri che, col tempo, crescono?


Quando io lessi Ramses non era il sesso a interessarmi, cosa che invece aveva notato subito mia cugina, lettrice esperta. Io adoravo la grandiosità di un personaggio che aveva amore, potere, saggezza. E amavo quella civiltà in grado di erigere città dal nulla, nel deserto.
Quando un bambino di prima elementare legge Harry Potter magari non nota le sfumature legate alla ribellione adolescenziale, ma sarà in grado di perdersi tra i corridoi di Hogwarts, avrà paura di Voldemort ma vorrà sconfiggerlo, volerà su una scopa cercando di acchiappare un boccino d’oro… e può bastare questo. Poi, se vorrà, un giorno potrà rileggerlo, oppure no, oppure il seme piantato in lui sarà stato così forte da fiorire in riflessioni più mature quando i tempi saranno giusti. Perché un’altra cosa bella dei buoni libri è che non scadono. Si possono riprendere in mano e saranno comunque buoni.


Quanti di voi hanno letto solo libri consigliati per la propria età? O il proprio sesso? O la propria istruzione?
Quanti hanno letto invece quello che semplicemente volevano leggere?
Quanti di voi hanno letto libri di nascosto?
Quanti di voi hanno compreso sempre tutto quello che un libro sapeva donare?
Quanti di voi non hanno capito un romanzo eppure sono rimasti lettori?

Se io non avessi seguito il mio istinto e avessi rinunciato a leggere Ramses perché considerato un romanzo per adulti, forse non sarei mai diventato un lettore.
Questo non significa che bisogna che un bambino di sette anni legga Harry Potter, ma se lo vuole perché no? E cosa ci sarebbe di male, poi, nel proporre qualcosa di leggermente più ‘difficile’?

Credo sia importante tornare a dare la giusta dignità ai nostri figli e ai testi a loro destinati. Dobbiamo avere più fiducia nelle loro capacità e nelle infinite potenzialità di un buon libro. E dobbiamo accettare il fatto che ogni lettore è libero di prendere quello che vuole da un libro, anche cose che noi non consideravamo, o non volevamo. Anche niente.

  • Il romanzo di Ramses, di Christian Jacq, Mondadori
  • Harry Potter, di J. K. Rowling, Salani
  • Pinocchio, di Carlo Collodi
  • Addio fantasmi, di Nadia Terranova, Einaudi
  • L’educazione, di Tara Westover, Feltrinelli
  • Le onde, di Virginia Woolf, Einaudi
  • La scimmia dell’assassino, di Jakob Vegelius, Iperborea
  • Ultimo venne il verme, di Nicola Cinquetti, Bompiani
  • Macchine Mortali, di Philip Reeve, Mondadori
  • Hunger Games, di Suzanne Collins, Mondadori

Se non avete librerie di fiducia, in questa pagina vi consiglio alcuni luoghi dove poterti rifornire dei titoli citati nel post.

La meraviglia di volare

Il numero 48 della rivista Hamelin è dedicato agli albi illustrati di non fiction e, non a caso, si intitola Le meraviglie.

On-line potete già trovare qualche estratto che ‘spiega’ la scelta di questa parola. La meraviglia è infatti qualcosa a cui viene data molta importanza nella divulgazione per bambini, ma non solo. Topipittori ci dice, tra le altre cose, che:

“La meraviglia è fondamentale per lo sviluppo della scienza, ma forse meglio sarebbe dire dell’intelletto: se il mondo fosse brutto, se la natura disgustasse, se non ci fosse fascinazione e meraviglia, se non ci fosse «ricreazione dell’occhio e della mente» a nessuno verrebbe in mente di fare dell’osservazione e dell’indagine un impegno quotidiano, un mestiere. Questo esercizio dell’osservare per meravigliarsi acuisce l’ingegno, insegna la pazienza, aiuta a individuare e sviluppare inclinazioni e talenti.”


Se si legge un libro sulla natura risulterà molto facile meravigliarsi. Quando, l’altro giorno, leggevo un testo sugli insetti assieme a mio figlio, fin dalle prime pagine abbiamo dovuto fermarci molte volte per cercare anche solo di concepirla la meraviglia che traboccava da quelle pagine. “Come? Davvero sono così tanti gli insetti? Ma davvero?”
Bastano, in somma, pochi dati per rimanere stupiti, affascinati.

Ma cosa succede se questa meraviglia viene portata ancora più vicina? Se questo senso di stupore e ammirazione viene inserito nella quotidianità? Perché se è vero che incantarci è molto facile, è anche vero che spesso leggiamo di cose lontane o, comunque, che non sono sempre a portata di mano. O magari rimaniamo stupefatti da dati generali, come appunto la quantità totale degli insetti, che però rimane un concetto un po’… astratto.

Ecco allora che collane come PiNO, di Topipittori, portano la meraviglia ad aumentare proprio perché la rendono estremamente palpabile. Poterci meravigliare in cucina diventa un’esperienza concreta. Le erbacce che troviamo anche lungo il muro di casa nostra, sebbene abitiamo in centro città, assumono sfumature differenti.

Poi c’è Prendere il volo.

Prendere il volo è l’ultimo nato in casa PiNO e parla di uccelli. Non è però una guida per riconoscere i volatili e non è nemmeno un ‘semplice’ invito all’osservazione.
Prendere il volo è una sorta di manuale narrato per prendersi adeguatamente cura di uccelli caduti dal nido. E questo è fonte di immensa meraviglia. Non solo si parla della natura. Non solo ci vengono date delle informazioni, quindi impariamo qualcosa. Ma ci viene addirittura detto che possiamo intervenire, in modo rispettoso e positivo, in questa natura. Possiamo avere una parte attiva.

L’autrice, Marina Marinelli, ci porta in un viaggio che attraversa i suoi ricordi.
Ci fa conoscere gli uccellini che ha aiutato nel corso della sua vita e ci fa capire cosa significa prendersi cura di un volatile che non sa ancora volare. È un testo che mostra la gioia ma anche la fatica di un processo riabilitativo che non si sa, in fin dei conti, se porterà a un buon risultato. Perché la nostra idea di buon risultato non sempre coincide con quella della natura. È anche un invito a studiare, a informarsi, perché solo conoscendo determinate cose è possibile fornire l’aiuto corretto per quella determinata specie. È un’esortazione a porsi delle domande, prima di agire. È una dichiarazione di libertà, perché ognuno, prima o poi, deve prendere la sua strada, che ci piaccia o no.

È anche un libro sulla meraviglia, sì. Sulla meravigliosa connessione che esiste tra esseri viventi. Un insegnamento estremamente prezioso. La simbiosi e l’affetto e l’aiuto reciproco che possiamo dare e ricevere se interagiamo con qualcosa che, apparentemente, è diverso da noi.
Siamo tutti estremamente vicini. Necessitiamo tutti di cose simili: cibo, riparo, cure, possibilità.

Ci ritroveremo quindi, noi adulti e i nostri figli, a simpatizzare per Tommaso, Cinci e tutti gli altri nidiacei. Sono sette in tutto, ognuno di una specie differente: merli, cince, passeri, balestrucci, ghiandaie, rondoni, taccole. Sette uccelli per sette esperienze. A unirle, la storia. Quella che ci racconta l’autrice e che rende tutto così… comprensibile, tangibile, afferrabile. Una storia personale, ma che può essere di tutti.

E non dimentichiamoci delle meravigliose illustrazioni di Silvia Molinari, che accompagnano i testi aggiungendo ulteriori informazioni, ulteriore bellezza, ulteriore meraviglia. Immagini che risulterebbero perfette anche per un libro di ornitologia, accurate e delicate, che rendono tutto più prezioso.

A fine lettura, i vostri figli vi obbligheranno a prestare la massima attenzione. Sempre! Se c’è anche solo la più piccola possibilità di trovare un pullo in difficoltà, allora bisognerà trovarlo e aiutarlo. Ma il bello è proprio questo, capire che c’è sintonia, un continuum del quale facciamo parte. Non siamo isolati. Non siamo soli. Siamo parte di un tutto.




  • Hamelin 48. Le meraviglie, di AA. VV., 14,00 €, Associazione culturale Hamelin
  • Prendere il volo. Storie di uccellini caduti dal nido e finiti in buone mani, di Marina Marinelli, illustrazioni di Silvia Molinari, 72 pagine, 16,00 €, Topipittori

Modi di vedere

Mi chiedo spesso se ci sia un modo giusto di guardare il mondo. Per forza di cose, mi chiedo se ne esista anche uno sbagliato. Me lo chiedo spesso perché mi rendo conto di fare ogni giorno un po’ più fatica a mettere a fuoco quello che ho davanti.
Si tende a pensare che più si avanza con l’età, più si diventa saggi. Ma dov’è andato quel poco di saggezza che ormai dovrebbe spettarmi? Perché, direi quotidianamente, mi ritrovo a scontrarmi con visioni completamente differenti dalla mia, e sono spesso visioni così forti, così decise, così ‘violente’ che sono costretto a indietreggiare. Anche in casi nei quali mi pare lampante l’unico modo possibile di vedere la cosa, ecco che esiste qualcuno che la vede sotto una luce completamente opposta.
Com’è possibile che una stessa scena venga percepita in modi così totalmente diversi? Ed esiste un modo corretto per inquadrarla? Ho ragione io o ha ragione l’altro? Ed esiste la ragione?

Mi pongo spesso queste domande anche perché sono un padre col desiderio di trasmettere al figlio la capacità di osservare le cose in modo corretto.
Ma, anche qui, è possibile fare una cosa del genere?

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L’anno scorso ho letto Altre menti. Parla di cefalopodi (polpi, seppie…) e del loro cervello, essenzialmente. Secondo l’autore del libro, i cefalopodi sono la creatura più vicina a un alieno che sia possibile incontrare sulla terra, e questo perché le nostre due catene evolutive hanno preso strade diverse ormai parecchio tempo fa ma, allo stesso tempo, pure loro sono riusciti a costruire un cervello notevole.
Il testo è interessante sotto molti aspetti, ma per quanto riguarda questo discorso a me basta soffermarmi su un paio di cose.

La prima: il cervello del polpo non è solo in testa.
O meglio, il sistema nervoso dei cefalopodi non è concentrato nel cervello, ma è distribuito su tutto il corpo. In un polpo, la maggior parte dei neuroni (ovvero quasi il doppio di quelli presenti nel cervello) si trova nelle braccia, che hanno pure dei sensori. Ecco quindi che queste braccia non hanno solo il senso del tatto, ma anche la capacità di percepire sostanze chimiche, capacità olfattive o gustative. Ogni ventosa può avere fino a diecimila neuroni per gestire sensazioni che possiamo ricondurre al tatto o al gusto.
Come potrà mai ‘vedere’ il mondo una creatura che ha neuroni sparsi ovunque? Che può sentire una sostanza anche dalle braccia?

La seconda: i colori.
I cefalopodi cambiano colore. In alcuni, come nelle grandi seppie, il corpo è come uno schermo sul quale vengono proiettati disegni in movimento. Pare che, oltre a fungere da segnali (per amici, nemici, camuffamento, ecc.) queste variazioni cromatiche possano anche mostrarci il ‘sentire’ dell’animale, la loro ‘vita interiore’. Ma c’è una cosa interessante: si ritiene che quasi sempre i cefalopodi siano ciechi al colore. Non è magnifico? Hai un corpo che può essere considerato un dipinto in continuo cambiamento, ma non puoi vederne il colore. Ma com’è possibile, allora, che un tale animale riesca a mimetizzarsi, per esempio, se non vede il colore che gli sta attorno?
Una ricerca ha dimostrato che almeno in una particolare specie di polpo, l’Octopus bimaculoides, i geni dei fotorecettori sono espressi nella cute e, inoltre, che la pelle di questo animale è sensibile alla luce. In pratica, i cefalopodi sembrano ‘vedere’ con la pelle. Non si sa ancora, però, se la percezione rimane a livello cutaneo o se invece viene trasmessa anche al cervello. Se le informazioni arrivassero al cervello, l’animale potrebbe vedere in tutte le direzioni. Se invece rimane cutanea, ogni braccio vede in maniera indipendente e tiene per se quello che vede.

Come vende il mondo, un polpo?

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Quando a mio figlio ho cercato di spiegare che gli animali vedono in maniera differente da noi, la cosa non è stata proprio facilissima. Per fortuna, però, Google riesce sempre a dare un piccolo aiuto. Poi, però, ci siamo fortunatamente imbattuti in Zoottica.

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Zoottica è un bel libro per bambini e ragazzi, ma non solo, perché oltre a spiegare cerca anche di mostrare come effettivamente gli animali vedono. C’è chi vede meglio, chi peggio, chi solo alcuni colori, chi ha una visuale molto più ampia della nostra e così via.
Ma il succo è questo: quello che vediamo dipende da come siamo fatti.

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Ma, direi, non è solo una questione fisica. Il vedere in modo diverso è anche un affare culturale.

In Cromorama, per esempio, Riccardo Falcinelli ci ricorda che in natura l’uniformità cromatica è rarissima, ma l’industrializzazione è riuscita a trasformare la tinta unita in un fatto quotidiano, tanto da riuscire a trasformarla in un criterio in base al quale definiamo il resto.
O, ancora, ci spiega che nel passato si è sempre tenuto conto della provenienza dei colori e quindi risulta normale trovare molti verdi e molti gialli nelle vetrate romantiche tedesche, mentre nelle francesi ammireremo più blu e rossi. Questi colori sono indicatori di determinate disponibilità in determinate aree geografiche.
Oppure ci racconta di come il blu oltremare, essendo diventato colore di prestigio nel Rinascimento, e divenendo quindi colore simbolo di nobiltà, viene scelto per il manto della Madonna. Una novità, visto che prima l’abito di Maria doveva essere scuro, un simbolo di lutto per la morte di Gesù.

Desiderare che i segni abbiano a che fare con la realtà è più forte di noi ed è facile convincersi che una convenzione sia un fenomeno naturale. Quando suggeriamo ai bambini di colorare il cielo usando il pennarello blu crediamo di evocare un fatto fisico senza renderci conto che stiamo applicando una moda precisa, senza dubbio poetica, codificata tuttavia dagli eleganti usurai del Rinascimento.

Ma quindi, il cielo, di che colore è? È possibile saperlo?
Esiste, in somma, un modo giusto di guardarlo?

Credo che il problema non sia trovare una risposta a questo quesito, ma cambiare la domanda. Non devo soffermarmi sul “esiste un modo giusto di vere?” ma concentrarmi su “perché io lo vedo così?”, “perché tu lo vedi così?”
Penso sia questa la chiave per uscirne.
Per forza di cose, io e te non potremo vedere tutte le cose, tutte le situazioni, tutti i fatti allo stesso modo. Siamo due creature diverse, se non proprio biologicamente, almeno culturalmente. Vedere diventa quindi un esercizio. Un esercizio fatto di tentativi di cambio di angolazione e tentativi di ricostruzione.

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Esiste un libro che si intitola The art of clean up. È un libro fotografico. Sulla sinistra viene presentata una foto ‘qualsiasi’, sulla destra la sua versione ‘ordinata’.
A casa ci siamo molto divertiti a sfogliarlo.

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Come cambiano le cose se le affrontiamo da una nuova angolazione? Tutto sembra così misero ma, allo stesso tempo, stupefacente. Quel rametto di pino è fatto ‘solo’ da tre minuscoli paletti e una sequenza di aghi verdi. Disposti ordinatamente su un foglio sembrano il conto dei giorni di un carcerato. Ma se assemblati da madre natura… ah! Che meraviglia!

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Avete mai sentito parlare di Strega? Forse no, anche perché questo romanzo è fuori catalogo da parecchio. E ingiustamente. Ma se vi dico Wicked? Forse vi suona famigliare, e infatti ne è stato tratto un musical di grandissimo successo.
Strega racconta la storia della cattivissima Strega dell’Ovest, la famosa antagonista della Dorothy del Mago di Oz. E qui è la protagonista assoluta. Qui, la storia risulta un po’ diversa da come ci era stata raccontata.
Ma anche tutta una serie di riscritture delle fiabe, come quelle fatte da Michael Cunningham ne Un cigno selvatico, o da Fabian Negrin che riscrive Cappuccetto rosso e la illustra in maniera divina. Ma di riscritture ce ne sono tantissime altre…

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Il succo rimane lo stesso: vedere le storie, e le cose, da un punto di vista diverso.
Se conosco la storia della strega di Hansel e Gretel, cambierà qualcosa nel mio modo di giudicare il famoso accaduto? Se scopro cosa davvero voleva fare il lupo, come vedrò la sua uccisione per mano del cacciatore?

È vero che le tende sono le sciarpe delle finestre?

Ma questo significa che non esiste un giusto e un sbagliato?
Non esattamente.
Prendiamo per esempio questa citazione sulle tende, tratta da Il segreto delle cose. Oppure, sempre dallo stesso libro, questa citazione qui:

Le tazze sono delle piscine molto piccole
che servono per metterci il tè.

Se anche le persone fossero piccole
potrebbero nuotarci dentro o schiacciarci
un bel pisolino (sempre che non fossero
piene di tè).

Hanno soltanto un orecchio e perciò
ascoltano la metà delle conversazioni

Ma questo alle tazze non importa perché,
soprattutto se sono di porcellana,
sono esseri abbastanza distaccati.

Questo libro mi piace moltissimo perché è un inno alla fantasia. Un inno a re-interpretare tutte le cose che ci circondano.
Ma è vero che le tazze sono delle piscine molto piccole?
No, non possiamo dire che le tazze siano delle piscine perché sono state create per bere il tè (fattore culturale), mentre le piscine vere sono fatte in modo molto diverso e hanno altri aggeggi tipo filtri, pompe, ecc. E poi noi non ci possiamo stare dentro (fattore biologico).
Ma se invece questa tazza la mettessimo in un terrario per gechi? La tazza diventerebbe una piscina? No, la tazza rimarrebbe una tazza, ma se piuttosto ampia potrebbe fungere da piscina per un geco.

Con questo voglio dire che non esiste un modo giusto per guardare le cose, per osservare il mondo, esiste però il modo corretto per cercare di interpretare quello che vediamo.
Ecco allora che quando mi accorgo di non riuscire a mettere ben a fuoco un fatto, quando mi ritrovo a vacillare sotto le insistenze di una visione diversa, il sapere che si può ‘studiare’ il fenomeno per vederlo meglio, per capirlo, mi tranquillizza. So che esiste un modo per comprendere sì il punto di vista altrui, ma anche per capire come voglio posizionarmi a tal proposito.
E a mio figlio posso cercare di mostrare che esistono differenti strumenti per capire quello che mi succede attorno e quindi valutarlo e decidere come comportarmi, di conseguenza, nel modo migliore. Credo anche che anche i libri come quelli citati possano essere un buon esercizio, un buon allenamento per imparare a non essere fossilizzati sulle proprie posizioni.
Non c’è altro che io possa fare. Ma forse è già qualcosa.

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  • Altre menti. Il polpo, il mare e le remote origini della coscienza di Peter Godfrey-Smith, traduzione di I. C. Blum, Adelphi.
  • Zoottica. Come vedono gli animali? di Guillaume Duprat, L’Ippocampo.
  • Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo di Riccardo Falcinelli, Einaudi.
  • The art of clean up: life made neat and tidy di Ursus Wehrli, Chronicle books.
  • Strega. Cronache dal mondo di Oz in rivolta di Gregory Maguire, traduzione di M. Piumini, Rizzoli.
  • Un cigno selvatico di Michael Cunningham, traduzione di C. Prosperi, La nave di Teseo.
  • In bocca al lupo di Fabian Negrin, Orecchio Acerbo.
  • Il segreto delle cose di Maria José Ferrada, illustrazioni di G. Stella, traduzione di M. Rota Nunez, TopiPittori.

 

Sul condurre fuori

“Green is made of yellow and blue, nothing else, but when you look at green, where’ve the yellow and the blue gone? Somehow this is to do with Moran’s dad. Somehow this is to do with everyone and everything.”

Questa citazione è tratta da Black Swann Green, in italiano tradotto in A casa di Dio, un bellissimo romanzo di David Mitchell.
Il verde è fatto di giallo e di blu ma, quando guardi il verde, dove sono andati gli altri due colori? In qualche modo, dice l’autore, questo ha a che fare con tutti e tutto.

Ho iniziato a decifrare questa frase da poco.

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Credo sia difficile rendersi davvero conto di quanto i due colori ‘originali’ influenzino quello finale.
Da figli si tende a ritenersi distanti dai genitori, forse perché vorremmo un qualcosa di diverso, forse perché in loro vediamo qualcosa che potrebbe non piacerci, che da giovani ci imbarazza, che da più grandi non ci trova d’accordo, o forse vediamo semplicemente il nostro futuro e la cosa ci spaventa. La verità, però, è che siamo più somiglianti di quanto pensiamo. Me ne sto rendendo conto ultimamente, quando per esempio rivedo i gesti di mio padre in certi miei atteggiamenti, atteggiamenti che non pensavo minimamente di aver assimilato. E invece…
Ma non si tratta di una mera questione gestuale e/o comportamentale. C’è qualcosa di più profondo.

Non ci avevo mai fatto davvero caso, poi ho letto, uno in fila all’altro, due romanzi che mi hanno portato a riflettere sull’argomento.

Il primo è Addio fantasmi.
Racconta la storia di Ida, una donna che ritorna alla casa di famiglia per aiutare la madre durante alcuni lavori di ristrutturazione. In questo ritornare vengono aperti i cassetti in cui erano stati riposti oggetti che rappresentano momenti, emozioni. Si scopre così che il padre di Ida, che soffriva di depressione, se n’è andato di casa quando lei aveva tredici anni, lasciando dietro di sé un vuoto che è più vuoto della morte, perché manca una spiegazione, manca un corpo, manca una tomba su cui piangere. Ma assieme agli oggetti si trova anche il rapporto con la madre, che è turbolento, conflittuale.

Il secondo è L’educazione.
In questo caso siamo in America e la protagonista è Tara, bambina prima e adulta poi, appartenente a una famiglia mormona con un padre che vede complotti ovunque, che non registra i figli alla nascita, che non li fa andare a scuola, che non crede nei medici e si cura con rimedi casalinghi e che parla di apocalisse imminente e agisce di conseguenza (e nemmeno la madre è un tipo a posto). La protagonista riuscirà a fuggire, anche se solo in parte, da questo mondo ‘parallelo’ grazie alla scuola, all’istruzione, che le saprà mostrare un mondo diverso da quello che si era immaginata sulla scia dei racconti paterni.
Sebbene questa sua una storia di rinascita, in qualche modo, la presenza dei genitori continuerà ad essere fortissima nella ragazza.
Nota non secondaria: è una storia autobiografica.

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Non sono libri che trattano del rapporto genitori-figli in maniera centrale. La narrazione di questo elemento ha luogo perché è strettamente connesso con quanto le autrici vogliono dire, ma non è questo il cuore del discorso. In entrambi i casi, però, quello che mi ha colpito è la forza con cui le azioni e i pensieri dei genitori hanno avuto effetti sui figli. Il modo in cui le madri e i padri presentati in questi romanzi hanno vissuto, hanno prodotto effetti incancellabili, permanenti, sulla loro prole. Effetti dai quali né Ida né Tara riescono a liberarsi davvero. Sono effetti non comuni, nel senso che stiamo parlando di famiglie ‘particolari’ che non possiamo considerare famiglie ‘normali’. La differenza tra loro e noi è che, molto semplicemente, i loro effetti sono macroscopici, mentre quelli su di noi più contenuti, quindi più difficili da vedere.
Ma ci sono.

È su questo che mi sto interrogando. Ovvero sul quanto i genitori diano ai figli senza che questi si rendano conto di ricevere qualcosa.
C’è una frase, nel romanzo di Nadia Terranova, che in qualche modo racchiude tale pensiero:

“Capii in quel momento cos’è davvero una madre, qualcosa da cui non esiste riparo. Dicono che una madre dà tutto e non chiede niente; nessuno dice invece che chiede tutto e dà ciò che non chiediamo di avere.”

Terranova fa un discorso sicuramente più ampio e complesso, nel suo lavoro, eppure è una frase che si incastra con quanto sto cercando di dire, e cioè che al di là dell’amore, della presenza, della sicurezza che un genitore dovrebbe dare ai figli, nello stesso pacchetto c’è anche tutta una serie di cose che magari noi non vorremmo nemmeno avere, ma che ci vengono date. Alcune di queste cose sono nascoste, sono subdole, e possono sembrare altro. O posso addirittura sembrare concepite da noi, dal nostro spirito critico. Ma non è proprio così.

Da quando sono genitore mi interrogo costantemente sul cosa voglia dire crescere un bambino e sul modo migliore per farlo, e lo faccio perché voglio il meglio per mio figlio. Il mio desiderio è quello di essere un buon padre, che saprà crescere una buona persona, un adulto capace, intelligente, ecc.
È complicato trovare il modo giusto per ottenere un buon risultato in questo senso, ed è interessante, se per informarsi ci si mette a leggere i testi degli esperti in materia, oppure a seguire siti online sulla crescita, scoprire che si sta sbagliando tutto. Sempre. Perché viene detto tutto e il contrario di tutto.
L’unica verità che sto scoprendo è che, di norma e con le dovute eccezioni, un genitore fa quello che ritiene giusto per crescere un figlio nel migliore dei modi.

Anche il padre di Tara Westover, quando le diceva di non chiamare i dottori, stava facendo tutto quanto in suo potere per crescere la figlia nel migliore dei modi possibili. Ai nostri occhi un signore del genere è un pazzo furioso, e probabilmente lo è davvero (nel libro, Tara parla della possibilità che sia bipolare, ma non viene mai confermato), ma il fatto è che lui crede di salvarla da qualcosa di peggiore, quando non la fa visitare da un medico o quando non la manda a scuola. Così come la madre di Ida, in Addio fantasmi, pensava di fare la cosa giusta quando ha smesso di parlare del padre. Così come i miei genitori pensavano di fare la cosa migliore possibile quando mi hanno insegnato quello che mi hanno insegnato. E così come io credo di fare la cosa migliore quando prendo delle decisioni che riguardano mio figlio.
Posso mettermi a criticare i NoVax, definirli degli incoscienti e, dal mio punto di vista, e pure da quello della medicina, lo sono, ma la verità è che pure loro, quando decidono di non vaccinare i figli, lo fanno perché credono di fare il loro bene. In fondo, se davvero sono convinto che i vaccini facciano male, non andrò certo a farli somministrare alla creatura per me più preziosa in assoluto.

Però il punto è proprio questo: per quanto io stia cercando di fare il meglio, non è detto che quello che sto facendo sia davvero una cosa buona.
Come si esce, quindi, da questo inghippo?

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Westover da una risposta ben precisa, sebbene tarata sulla sua personale esperienza: la scuola.
Secondo la Treccani, la scuola è una “istituzione a carattere sociale che, attraverso un’attività didattica organizzata e strutturata, tende a dare un’educazione, una formazione umana e culturale, una preparazione specifica in una determinata disciplina, arte, tecnica, professione, ecc.”
Mentre educazione è: “in generale, l’attività, l’opera, e anche il risultato di educare, o di educarsi, come sviluppo di facoltà e attitudini, come affinamento della sensibilità, come correzione del comportamento, come trasmissione e acquisizione di elementi culturali, estetici, morali.

In questo senso, l’etimologia di Educare è ancora più significativa, infatti educare arriva da educedere, che significa “condurre fuori”. Nel libro della Westover, la scuola sarà proprio questo: un condurre Tara fuori dal mondo in cui era stata rinchiusa.

Questa è una soluzione certamente vera; la scuola può aiutarti a sviluppare un certo senso critico verso alcune decisioni. Rimane il problema che, fino almeno all’adolescenza, difficilmente si sarà capaci di avere un’idea autonoma, e quindi bisogna pregare di riuscire ad arrivare vivi ai 15 anni, almeno. Un po’ come quei ragazzi americani, figli di NoVax, che cercano di vaccinarsi di nascosto.
La scuola risolve quindi solo parzialmente il problema, perché la consapevolezza arriva quando si è già verso l’età adulta, ma è comunque una gran cosa perché ti da la possibilità di cambiare, di decidere chi essere, di correggere il tiro e, si spera, di sparare meglio il prossimo colpo, e Tara Westover lo ha ben capito.

Ma se ‘l’irrisolto’ è qualcosa di più emotivo, come nel caso del romanzo di Terranova? Lì non c’è nessuna scuola che possa insegnarti a superare un certo trauma. Eppure, anche in questo caso, lo scossone che cerca di far rinsavire la protagonista arriva da una figura esterna.

È strano, no? Da quando nasce, un genitore non smette mai di volere il bene del figlio e passa la propria vita a cercare di concretizzare questo pensiero, comportandosi in un modo ritenuto idoneo allo scopo e insegnando cose che si ritengono idonee allo scopo. Ma affinché quel figlio sia capace di ragionare da solo, deve incontrare qualcosa di esterno che sfugge totalmente al controllo genitoriale.

Il punto, probabilmente, che ti rende davvero un buon genitore, al di là delle scelte fatte in nome del figlio, è capire e accettare che questo figlio potrà decidere di percorrere, alla fine, una strada anche molto diversa dalla tua idea di vita.
Una cosa non proprio facilissima.

Mi ricordo di una scena di Desperate Housewives in cui Bree Van de Kamp è sconvolta per l’omosessualità del figlio perché, una volta morto, potrebbe andare all’inferno. È una scena pensata per far sorridere, caricaturale, ma allo stesso tempo è una battuta molto seria. Se io credo fermamente in Dio e altrettanto fermamente credo che Dio mandi all’inferno gli omosessuali, con mio figlio gay mi comporterò di conseguenza.
È un’idea che può apparire folle, ma che per la persona in questione non lo è, perché la sua è una paura sincera. Bree non teme una vita sessuale differente. Bree teme che a causa di questa vita suo figlio finisca male nell’altra.
Questo non deve giustificare l’omofobia, ovviamente, però riporto l’episodio per riflettere sul fatto che è difficile, a volte, accettare che un figlio possa scegliere ‘altro’.
E come se ne esce?
Probabilmente non se ne esce affatto.

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Un esempio: sto riflettendo sulle mie credenze.
Sono cristiano. Lo sono da sempre. Non ho mai fatto il chirichetto (ma solo perché odio stare al centro della scena) però ho sempre praticato.
Ma io, cristiano, lo sono davvero o lo sono perché sono stato educato a esserlo?
Ogni volta che credo di essere arrivato a una risposta, mi accorgo di altri dubbi che la minano. Non credo neppure che sarò mai capace di arrivare a una soluzione. Il punto, però, è che nel mentre continuo a credere influenzando così il mio modo di vivere in una certa maniera.
Una cosa simile succede anche a Tara che, sebbene abbia appreso così tante cose che le fanno capire come tutto quello vissuto in famiglia sia ‘sbagliato’, continua a tentennare e vive svariati momenti nei quali sarebbe quasi disposta a lasciare tutto per tornare all’origine. Quasi. E tu, lettore, mentre sfogli le pagine, puoi pure gridarle un bel “ma sei pazza?”, tanto non ti ascolterà, perché quel giallo e quel blu iniziale, in qualche modo, sono troppo radicati nelle fondamenta del suo verde.

Dove sta, quindi, il giusto? Dov’è il segreto per far crescere un figlio nel miglior modo possibile? Dove si possono trovare le istruzioni per far andare come tutto dovrebbe?
Non ci sono. O forse è proprio il porsi queste domande. O magari queste domande non fanno altro che sfasciare tutto.
Ma, forse, la più grande vittoria cui un genitore possa aspirare nell’educazione del figlio, sta nel lasciarlo andare e nell’accettare che sì, un giorno potrebbe anche finire all’inferno ma, nel mentre, avrà vissuto nel modo più felice e autentico possibile. Perché dovrebbe essere la sua felicità a contare più di tutto.

 

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  • A casa di Dio, di David Mitchell, traduzione di M. Maffi, Frassinelli
  • Addio fantasmi, di Nadia Terranova, Einaudi
  • L’educazione, di Tara Westover, traduzione di S. Rota Sperti, Feltrinelli
  • Desperate Housewives, di Marc Cherry

 

Cose che non sostengono la luce

Conosci The Leftovers? Si tratta di una serie TV americana andata in onda per un totale di tre stagioni. La storia prende il via con la sparizione improvvisa del 2% della popolazione umana (circa 140 milioni di persone) e si dedica poi a seguire le vite di quelli che sono rimasti, focalizzandosi in particolare su un paio di famiglie.

La serie è bellissima e offre tanti spunti interessanti che riguardano il rapportarsi alla perdita (e non solo). Mescola vari generi e regala molti momenti di mistero, infatti uno dei creatori della serie è Damon Lindelof, tra i creatori anche di Lost.
Quello che però mi ha colpito è che moltissimi telespettatori si siano interessati a creare congetture circa la sparizione delle persone arrivando a immaginare anche delle teorie piuttosto elaborate.

Sin dalla fine della prima stagione mi è stato chiaro che una vera spiegazione sull’improvvisa dipartita (così viene chiamata la sparizione di massa) non sarebbe mai stata data e credo sia giusto così. Perché il centro della storia è composto dalle persone rimaste. Sono loro il focus. Ai creatori della serie interessa esplorare le vite di chi si è trovato perso dopo un evento del genere.  La sparizione è una scusa, un trucco.
Quello che davvero importa è come abbiano reagito i sopravvissuti.
Come si reagisce quando una persona cara sparisce all’improvviso?

Perché, allora, dedicarsi così tanto a supporre teorie che non sono lo scopo della narrazione? Ne capisco il fascino, ma credo che questo possa disturbare il vero godimento della serie. Si rimane così impigliati in questa rete di congetture, ci si concentra così tanto sulla ricerca di indizi, che alla fine c’è il rischio di dimenticarsi della storia.

Mentre stavo concludendo la visione di The Leftovers ero dedito alla lettura di Anna Karenina. Una delle cose che più mi hanno stupido del romanzo di Tolstoj è la fissazione di Levin nel voler trovare un senso alla vita.

Levin è tra i personaggi più interessanti del romanzo. Mentre tutti gli altri sono più ‘facili’ da definire (Karenin è quello senza sentimenti, Anna quella che ama appassionatamente, Stiva è lo scialacquone e il godereccio…) lui è più complicato. È anche un ingannatore, perché sembra semplice definire lui e anche il suo matrimonio, ma non è così. Lui ha la possibilità di essere felice, ma non ci riesce fino in fondo, lui sembra avere idee geniali sul lavoro, ma in altre occasioni sembra più dubbioso, sembra quello sano, genuino, ma fa pensieri di morte… e tutto questo, in qualche modo, è causa e conseguenza del suo tentativo disperato di voler trovare qualcosa.

“Non posso vivere senza sapere chi sono o perché sono qui. E poiché non mi è dato di saperlo, non mi è dato nemmeno di vivere.”
Levin passa molto tempo a cercare di trovare un senso alla nostra condizione. Un po’ come i fan di The Leftovers cercano indizi su cui costruire fantasiose teorie, lui cerca qualcosa che lo faccia sentire bene, in pace. Passa dalla filosofia, al lavoro, alla religione sperando di trovare conforto, sperando di scovare un obiettivo, un senso altro che ponga la nostra destinazione finale, la morte, sotto una luce differente. Ma niente. Si danna. Pensa al suicidio. Lo pensa anche quando dovrebbe essere felice e, ecco, in tutto questo cercare corre il rischio di perdersi il bello della sua storia.
Quando Levin pensava a chi era e perché viveva, non trovava una risposta e cedeva alla disperazione. Se invece smetteva di interrogarsi in merito, se viveva e faceva cose precise, gli pareva di avere la risposta a entrambe le domande.
Ora sto leggendo Steinbeck, e più precisamente la sua raccolta di racconti La lunga vallata.
Nel racconto intitolato La quaglia bianca, la protagonista dice una cosa che mi ha riportato all’ossessione di Levin e a quella dei fan:
Lo vide che la guardava, al di sopra del suo giornale, con quello sguardo intento, preoccupato, quasi tormentato. Faceva un tale sforzo per capire quando lei gli parlava. Voleva capire, ma non riusciva mai a capirla del tutto. Se gli avesse raccontato la sua visione di stasera, egli le avrebbe chiesto tante spiegazioni. Avrebbe girato e rigirato la cosa nella propria mente, per comprenderla, fino a che non l’avrebbe completamente distrutta. Harry non voleva sciupare le cose che lei diceva, ma non poteva farne a meno. Voleva mettere troppo in luce le cose che non sostengono la luce.
Perché ci impegniamo così tanto per mettere in luce cose che non sostengono la luce?
Perché continuiamo a struggerci in un brodo di domande quando la cosa più saggia, forse, sarebbe vivere e basta? Non rischiamo di rovinarci tutto, di perdere il succo?
Mi chiedo anche come sia possibile sciogliersi da queste corde che ci legano e ci trattengono dall’appagarci.
Ma se invece fosse meglio continuare a cercare una risposta piuttosto che fregarsene? Se fosse la continua ricerca di un significato a definirci come persone?
Magari tu hai una soluzione?

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  • The Leftovers. Svaniti nel nulla, serie creata da Damon Lindelof e Tom Perrotta
  • Anna Karenina, di Lev Tolstoj, Einaud
    Traduzione di Claudia Zonghetti
  • La quaglia bianca, in La lunga vallata, di John Steinbeck, Bompiani
    Traduzione di C. Vivante

Dubitando sempre

Tanto per cambiare, mi ritrovo a riflettere sul dubbio.

Capita anche a voi di dubitare di tutto?

A me capita spesso di imbattermi in persone che sono sicurissime della loro posizione, mentre io non sono mai sicuro di niente (o quasi). A volte la vedo come una cosa negativa degli altri, perché essere aperti a un possibile cambio di idee dovrebbe essere sinonimo di intelligenza. Altre volte penso di essere io in difetto, perché mancando di convinzioni da poter considerare granitiche, manco anche di sicurezza nell’affrontare una discussione.

Gli ultimi dubbi sono nati dopo aver condiviso questa vignetta su Facebook.

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Sebbene io sia a favore delle discussioni e rispettoso delle opinioni altrui, è pur vero che credo piuttosto fermamente che un determinato tipo di indagine dovrebbe in qualche modo chiarire alcune teorie. Ecco perché, quindi, mi ritrovo sempre più spesso a cercare di studiare un argomento che mi sta a cuore. Perché se raccolgo dati, forse lo capisco meglio. E forse dissolvo alcuni dei dubbi di cui parlavo sopra.
Credo fortemente, in pratica, in quanto la vignetta dichiara.

Questa vignetta è però poi stata usata da una persona che conosco per dire, parlando di opere artistiche, che anche la bellezza non è opinabile, che non si può dire “mi piace, ma son gusti”.
Concordo, ma solo in parte.

È assolutamente vero che esiste un modo per studiare e capire un’opera d’arte, per decidere se sia valevole, se sia importante, ecc. Ma il mio dubbio incomincia quando si entra nel territorio del gusto personale. Se a me non piace un classico, posso affermare che quel libro è bello? O che è brutto? Oppure sono io a essere stupido, o ignorante? Lo studio mi permette di capirne l’importanza e, probabilmente, la qualità. Ma non sono sicuro che possa definirne la bellezza a priori.
Cioè, mi pare giusto distinguere l’importanza dalla bellezza soggettiva, perché per trovare bella un’opera d’arte, per farsela piacere, deve nascere un certo coinvolgimento che nessuno studio può davvero darti.

Mi viene per esempio in mente Chiamami col tuo nome.
Ho molto amato questo libro. Ha saputo catturarmi e rimandarmi ad alcuni momenti della mia vita passata. Mi chiedo però se il mio giudizio sul testo sarebbe stato lo stesso se, per una questione o per un’altra, io non avessi vissuto la mia adolescenza come effettivamente l’ho vissuta. Se io fossi nato e cresciuto in una realtà differente, in cui non ci fosse stato spazio per quell’amore adolescenziale che è feroce e straziante, avrei potuto apprezzare il libro di Aciman? Lo avrei trovato… bello? Perché in certi punti, se non si è stati capaci di condividere, in qualche modo, l’ossessione che il protagonista Elio prova per Oliver, tutto risulterebbe eccessivo. Se non si è stati eccessivi nelle pene d’amore come il protagonista, si riuscirebbe a definire bello Chiamami col tuo nome? E un ragazzo, che ne so, di una tribù Masai, riuscirebbe ad appassionarsi?

Ecco quindi il mio dubbio.
Posso studiare e capire perché questo romanzo dovrebbe risultare bello, o perché può essere considerato importante in quanto racconta un frammento di un certo tipo di realtà, ma se io non posso capirlo, o condividerlo, o viverlo, come posso apprezzarlo davvero? E lo studiare i collegamenti con la realtà che racconta, presumo, non mi rende più empatico nei confronti del giovane protagonista. Potrei arrivare a capire, insomma, ma non saprei condividerlo.

Di dubbio parla anche La lezione del maestro di Henry James.
Anzi, a voler essere sinceri non parla del dubbio, il dubbio lo lascia al lettore. James si ‘limita’ a raccontare una storia apparentemente molto semplice, il cui finale rende ambiguo tutto quanto è stato raccontato fino a lì.

Ma cosa possiamo guadagnare dal dubitare? Sempre che ci si possa guadagnare qualcosa.

Innanzitutto, io credo che un dubbio come quello creato da James serva a rivelare qualcosa di noi stessi. Alla fine della lettura, infatti, è quasi impossibile non propendere per una soluzione piuttosto che per un’altra, almeno inconsciamente, e questa propensione personale dovrebbe aiutarci a capire cosa siamo portati a pensare in generale.
Allo stesso tempo, il dubbio ci porta (o dovrebbe portare) curiosità. E la curiosità la si può soddisfare solo studiando, informandosi, prendendo coscienza del fatto che si può sempre cercare qualche dato aggiuntivo.

Studiare, come dicevo sopra, non credo possa aiutarci a farci piacere un’opera, ma in compenso riesce ad ampliare il nostro guardo. E, forse, uno sguardo più ampio ci permetterà di capire da dove nasce un certo punto di vista ‘avversario’, aiutandoci anche a smontarlo. Il punto è però che se non dubitiamo di niente, non ci mettiamo ad approfondire niente. E se non approfondiamo niente viviamo solo in superficie, e le superfici sono piene di muri e confini.

 

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  • Chiamami col tuo nome, di André Aciman, Guanda
    Traduzione di V. Bastia
  • La lezione del maestro, di Henry James, Adelphi
    Traduzione di M. Ascari

Le forme dell’acqua

Una volta (ormai troppi anni fa), durante una breve gita con i gruppi parrocchiali, avevamo fatto un gioco. Erano state poste delle domande e ognuno doveva scrivere le risposte su di un foglio anonimo. Poi si consegnava il tutto e si passava alla lettura condivisa. Lo scopo era cercare di riconoscere l’autore di quanto si stava leggendo.
Una delle ‘domande’ era: scrivi una cosa che ti rende felice.

Tu cos’avresti risposto?

Io ammetto di aver avuto pochi dubbi, e probabilmente ne avrei pochi anche oggi, e risposi di getto “andare al cinema”.
Andare al cinema mi rende felice come un bambino. Non mi rende felice vedere un film, sebbene un buon film possa aumentare la mia felicità. No, a rendermi felice è proprio il recarmi al cinema, accomodarmi in una bella poltroncina, vedere i trailer e sperare in qualche anticipazione succosa, e poi rimanere incantato dalla settima arte in tutto il suo splendore visivo, sonoro, ecc.
Andare al cinema sarebbe ancora una risposta valida, anche adesso. Forse non è la felicità più grande della mia vita, ma è un piacere che risulta facile da raggiungere.

Recentemente sono andato al cinema un paio di volte e ho visto La forma dell’acqua, che mi è piaciuto molto.
In un primo momento, tra l’altro, questo post sarebbe dovuto partire proprio da qui. Mi è infatti capitato di leggere svariati commenti a questa pellicola che mi hanno lasciato perplesso. Mi riferisco a quelle particolari uscite brevissime che lasciano intendere un intero mondo dietro. Quelle che dicevano: “Ho visto La forma dell’acqua, è solo una fiaba” oppure “È una nuova versione de La bella e la bestia“.
Ecco, inizialmente volevo raccontarti di come questa visione fosse una visione miope.
Punto uno: sì, è una fiaba. E quindi?
Punto due: no, non è una nuova La bella e la bestia. Cioè, ha degli elementi in comune, ma le due storie fanno partire discussioni parzialmente simili ma profondamente differenti, e in questo senso il film di Del Toro è maggiormente incentrato sull’inclusività.
Terzo punto: siccome la critica viene spesso fatta in merito all’assegnazione dell’Oscar, mi pare giusto ricordare che pure La bella e la bestia (il cartone Disney) venne nominata nella categoria Miglior Film (non Miglior Film d’Animazione, Miglior Film).

Il punto, secondo me, era (è?) che molte persone si sono limitate a una visione superficiale della pellicola. Con questo non voglio dire che il film sia perfetto, o che meriti davvero l’Oscar. Dico semplicemente che affermare che si tratta ‘solo’ di una fiaba non vuol dire niente. La fiaba è una sorta di genere che richiede determinate cose, come per esempio una certa caratterizzazione dei personaggi che Del Toro rispetta in pieno. Ma questo film offre mille altri spunti di riflessione. Questo film mostra come tutti possiamo venire facilmente catalogati come ‘diversi’, basta una sciocchezza. Questo film mostra quanto si possa amare una storia, un film… è una dichiarazione d’amore alle storie e al cinema in particolare!
Inoltre, e questo ci tengo a dirlo, mi pare che si tenda a dimenticarsi che si tratta di un film, di un’opera visiva, quindi non ci si può ‘limitare’ a valutare la storia, ma bisogna vedere come viene mostrata, anche. E in questo ho trovato che La forma dell’acqua sia senza dubbio magnifico.

Volevo insomma fare una sorta di spiegone (che comunque sono riuscito ad accennare lo stesso) sul come alcune persone non abbiano capito nulla.
Poi, però, è successa una cosa. Qualcuno, su Twitter, mi ha chiesto se, alla fine, fossi riuscito a leggere Il libro della Polvere e che cosa ne pensassi, perché questa persona non riusciva proprio ad andare avanti.
Il libro in questione lo avevo letto ma non mi ero ancora concesso di parlarne. Dopo questa domanda ho deciso di ragionarci sù per scrivere qualcosa e ho scoperto che ero diviso in due: c’era un me che amava il libro e uno che lo trovava mancante in diversi punti. Il me fan di Queste Oscure Materie ha adorato il poter scoprire cosa è successo prima della fuga di Lyra dal Jordan College, per esempio. Mentre il me più critico ha notato svariate pecche narrative che non riesce a mandar giù.
Quale me ha davvero ragione?
Entrambi.

Questo mi ha fatto pensare che, proprio come nel caso del romanzo di Pullman, forse pure sul film del buon Guillermo mi ero focalizzato più su un’idea che sul risultato.
Non so tu, ma questo è un problema che io riconosco di avere. Spesso decido che una cosa mi piace per partito preso e il mio giudizio ne rimane profondamente condizionato. Con questo non intendo dire, che ne so, che vedo una bella copertina e decido di amare quel libro. Più che altro può essere un discorso legato all’autore o a un argomento; se ho amato tutto quello che Murakami ha scritto fino a ora, per esempio, affronto un suo nuovo romanzo con una forte idea positiva e, nel caso, tenderei a sminuire delle eventuali problematiche. Preciso pure che non intendo dire che elogerei una cosa anche se brutta, ma che potrei (per un motivo sentimentale? Ideologico?) scusare o smussare i lati negativi.

Da qui il dubbio: voglio difendere La forma dell’acqua perché davvero l’ho amato o semplicemente perché amo l’idea del film? E quanto sono io ad amare una cosa e quanto è dovuto a un preconcetto? Ammetto che si tratta di domande troppo complesse per me.

Dicevo che sono andato al cinema un paio di volte. Ecco, la seconda volta ho visto Ready Player One. Bellissimo. Un film visivamente pazzesco che mi ha ricordato che il bello di un gioco è giocare, non vincere, e nemmeno rimanerci intrappolati dentro.

Il fatto è che leggere/guardare qualcosa per il gusto di farlo è diverso dal leggere/guardare qualcosa sapendo che poi andrai a commentarlo online. Il risultato è diverso. Quando leggo qualcosa per parlarne poi sul blog corro il rischio di attaccarmi troppo a dei cavilli che sviliscono il piacere della lettura. Se io leggessi senza volerne parlare, forse noterei meno ‘problematiche’ del testo, ma magari mi appagherebbe di più.
Questo non vuol affatto dire, ovviamente, che bisogna rivalutare i libri brutti. I libri brutti rimangono tali. Però a volte bisogna saper riscoprire la magia di un piacere senza rimanere condizionati da se stessi, senza avere fini diversi dal passare un momento di… svago? Piacere? Divertimento?

Ecco allora che, forse, non devo convincere nessuno di quanto La forma dell’acqua sia un bel film. Forse devo solo accettare che PER ME è stato un bel film, due ore ben spese, e questo è sufficiente.

 

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  • La forma dell’acqua, diretto da Guillermo Del Toro
  • Il libro della Polvere. La Belle Sauvage, di Philip Pullman, Salani
    Traduzione di Guido Calza
  • Ready Player One, diretto da Steven Spielberg

 

Un albero e una mela che non vogliamo più

C’era una volta un albero. Non era un albero particolarmente bello, ma nemmeno particolarmente brutto. Aveva radici nascoste nel terreno, un tronco, dei rami e delle foglie. E dei frutti. Era, insomma, un albero comune. Se non fosse che un certo Creatore aveva proibito a due Esperimenti di cibarsi dei suoi frutti. Quelle due creature, però, essendo speciali ma ignoranti, disobbedirono. Disobbedirono anche a costo di una pesante punizione.
L’albero era detto ‘della Conoscenza’. Anzi, ‘della Conoscenza del bene e del male’.

“Adamo, ci sono quelle altre parole nuove: morire e morte. Che significano quelle?”
“Non ne ho la minima idea”.
“Va bene, allora cosa pensi che significhino?”
“Bambina mia, non capisci che per me è impossibile fare anche la minima ipotesi in merito a una materia della quale sono assolutamente ignorante? Uno non può pensare, se non ha materiale su cui pensare. Non è così?”
“Sì… lo so; ma quanto è irritante tutto ciò. Proprio perché non posso saperlo, mi vien ancor più voglia di sapere”.*

Nel tempo trascorso tra la storia di Eva e i giorni nostri deve essere successo qualcosa. Oggi abbiamo infinite possibilità per accedere alla conoscenza senza dover rischiare di essere cacciati di casa, eppure sembra che non sia un nostro interesse primario.
È infatti interessante leggere la ricerca Istat del 2018 relativa proprio alla conoscenza. In questo studio si mostra come lavoratori e datori di lavoro più acculturati riescano meglio nei loro compiti e, allo stesso tempo, dice che in Italia questo spazio alla conoscenza non viene dato. Non viene dato ai lavoratori, che vengono scelti per la maggior parte nel gruppo di quelli ‘che hanno studiato meno’, meno specializzati, ma non funziona bene nemmeno l’apparato dell’istruzione.
Ma non è un problema solo lavorativo, bensì qualcosa di molto più generico e dilagante. Pensa per esempio ai vaccini, o alla medicina in generale, o a mille altre cose per cui si cerca un qualche articolo online e non ci si fida più del medico, dell’esperto, di chi cioè detiene la conoscenza in quel campo.
Non solo non cerchiamo più la conoscenza, quindi, ma non sappiamo nemmeno darle il giusto peso. Non siamo più in grado di riconoscere le competenze. E, peggio, non comprendiamo la necessità di farlo.

Nel rapporto Istat si pone l’accento sulla relazione conoscenza-lavoro e, anche prima di questi risultati, mi è sempre parso auspicabile avere ottime conoscenze nel proprio campo lavorativo. Così come mi sembra molto probabile e comprensibile che siano i lavori di stampo più scientifico a essere più ‘ricercati’, quindi capisco, in parte, Emma Bonino quando diceva che servono più ingegneri e meno latinisti.
Ma, allo stesso tempo, non posso fare a meno di chiedermi: è sufficiente? È sufficiente che io sia preparato per il mio lavoro? Bastano le mie conoscenze ‘tecniche’? È, insomma, tutto qui quello che dovrei sapere?Loredana Lipperini, a marzo 2018, riportava il frammento di una riflessione di Culture Action Europe datata 2014 che diceva:
“La crescita sociale, e non economica, deve diventare la priorità dell’Europa di oggi. Occorre migliorare le nostre competenze culturali, la nostra capacità di cooperare e di considerare in modo critico la nostra apertura alla diversità, e la nostra curiosità: tutti questi elementi sono indispensabili per il fiorire di una società sostenibile in cui si possono sviluppare i diritti, le responsabilità e il benessere condiviso. Il settore artistico e scientifico  contribuiscono significativamente ad assicurare l’accesso all’istruzione per tutti, nonché il rigoroso rispetto dei diritti umani.”
Osservando quanto mi succede intorno ogni giorno, leggendo alcune cose online e offline e, sì, vedendo anche com’è andata la scorsa campagna elettorale e quali sono stati i risultati delle ultime elezioni, mi vien da chiedermi se esiste una ragione per la quale un buon ingegnere non dovrebbe conoscere il latino. O l’italiano. O la storia. O l’arte.
Quello che mi domando davvero è: siamo sicuri che la cultura umanistica non ci serva più? E questo al di là di quanto possa essere utile per il lavoro che svolgeremo un domani.Yuval Noah Harari, di professione storico, nel suo Sapiens. Da animali a dei ci ricorda che studiare la storia è importante
“per ampliare i nostri orizzonti, per capire che la nostra situazione presente non deriva da una legge naturale e non è inevitabile, e che di conseguenza abbiamo di fronte a noi molte più possibilità di quante immaginiamo. Per esempio, studiare come gli europei giunsero a dominare gli africani ci permette di comprendere che non c’è niente di naturale o di inevitabile in merito alla gerarchia razziale, e che il mondo potrebbe essere ordinato in modo differente.”
Mentre Gramsci scriveva che:
“Non si impara il latino e il greco per parlare queste lingue, per fare i camerieri o gli interpreti o che so io. Si imparano per conoscere la civiltà dei due popoli, la cui vita si pone come base della cultura mondiale.”
E Zadie Smith, nel suo Perché scrivere, dice che un autore scrive per conoscere se stesso, o almeno una parte di sé, e condividere questa sua parziale visione del mondo con gli altri. E aggiunte:
“La narrativa ti mette davanti a un fatto tremendo: non sei l’unica cosa reale a questo mondo”

e il tuo non è l’unico pensiero, l’unica visione, aggiungerei io.

Ma perché la cultura umanistica ci interessa meno? Perché ogni tanto qualcuno se ne esce con una proposta di taglio delle ore di latino/arte/qualsiasi cosa non sembri produttiva? Non sono sicuro sia un discorso semplicemente legato all’idea che ‘un popolo bue è più facile da comandare’. No, credo sia qualcos’altro.

Forse l’ha spiegato Azar Nafisi nell’introduzione al suo La repubblica dell’immaginazione. Racconta infatti di un ragazzo di origini iraniane che, in America, si era presentato a un suo firmacopie. Questo ragazzo le disse: “Quello che lei dice a proposito dei libri non serve a niente. La gente di qui è diversa da noi. Qui non è come in Iran, dov’eravamo così matti da fotocopiare centinaia di pagine di Madame Bovary e Addio alle armi.” E quindi Nafisi rifletteva: “Non intendeva dire che gli americani non capiscono i nostri libri, ma che non capiscono i loro. […] Possibile? Eppure è vero: chi affronta la censura, la tortura e il carcere per poter leggere libri, ascoltare musica, vedere film e conoscere le opere d’arte tende a vedere queste cose sotto un’altra luce.” Ci fa poi sapere che spesso questa riflessione se la ripropone sottoforma di interrogativo: “Non pensi che nelle democrazie il bisogno di leggere non sia così impellente?”
Nafisi non crede di essere d’accordo con questo concetto, ma non ne è del tutto sicura. Però, intanto, la pulce è stata infilata nel nostro orecchio.
È come per i vaccini. Non è che la fortuna di vivere in un luogo dove si sta fisicamente bene (inutile negarlo) ci impedisca di vedere la necessità di una data cura?
Ecco. Non è che in un luogo dove ci riteniamo liberi, a ragione o a torto non importa, non capiamo più la necessità di una conoscenza umanistica?

Da persona che ama i libri, mi verrebbe da proporre un ritorno in massa alla lettura e allo studio. La verità, però, è che sarebbe un discorso morto in partenza e anche una grossa bugia. Il problema è più complesso.
Vedo piuttosto una necessità, e anche urgente, di riscoprire/ricostruire una sorta di umanesimo e di ripensarci tutti sotto una nuova visione. Perché il problema, ora come ora, è che non sappiamo nemmeno riconoscerci come simili.

“Tutto questo opporre un sesso all’altro, una qualità all’altra; tutto questo attribuire superiorità a se stessi e inferiorità agli altri appartiene a quella fase scolastica dell’esistenza umana in cui ancora esistono “squadre”, e sembra necessario che una squadra riesca a vincere l’altra, ed estremamente importante salire su una pedana e ricevere dalle mani del direttore stesso un vaso ornamentale come premio. A misura che le persone maturano, smettono di credere nelle squadre, e nei direttori, e nei vasi ornamentali.”**
Forse non siamo ancora maturi?

completion (3)

  • * Il diario di Adamo ed Eva, di Mark Twain, Feltrinelli
    Traduzione di B. Lanati
  • Rapporto sulla conoscenza in Italia, Istat
  • Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini
  • Sapiens. Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità, di Yuval Noah Harari, Bompiani
    Traduzione di G. Bernardi
  • Quaderni dal carcere, di Antonio Gramsci, Einaudi
  • Perché scrivere, di Zadie Smith, Minimum Fax
    Traduzione di M. Testa e M. Astrologo
  • La repubblica dell’immaginazione, di Azar Nafisi, Adelphi
    Traduzione di M. G. Gini
  • ** Una stanza tutta per sé, di Virginia Woolf, Feltrinelli
    Traduzione di J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock

 

Bussole per trovare la strada

Qualche tempo fa, sul profilo Twitter di Salani, leggevo il ‘cinguettio’ di una persona che consigliava la trilogia di Queste Oscure Materie a chi, e cito, “ha voglia di viaggiare con la fantasia”.
Ho subito pensato che fosse una motivazione… interessante, per un libro come questo.

Certo, è indubbio che Philip Pullman sia stato capace di creare una grandissima avventura, un mondo fantastico complesso e ben gestito, intrigante al punto giusto. Basti pensare che già nelle prime pagine riesce a inserire alcuni elementi come la Polvere, i daimon e i Panserbjørne con grande scioltezza, senza però spiegare nulla se non il giusto, e facendoti quindi salire una curiosità che non può essere frenata con qualche informazione presa da Wikipedia.
Dico questo giusto per far capire che è vero che chi vuole viaggiare con la fantasia, in questa saga riuscirà a trovare cose molto buone.

Però è anche vero che, se penso a Queste Oscure Materie, la prima cosa che mi viene in mente non è certo di consigliarla a questo tipo di persone, perché non è la fantasia la chiave più importante per accedere al mondo di Lyra Belacqua.
La Bussola D’oroLa Lama Sottile e Il Cannocchiale d’Ambra formano un terzetto di grande ispirazione e capace di affrontare tematiche molto forti, di quelle che condizionano tutt’ora gran parte delle nostre vite, e lo fa in maniera decisa e sicuramente unica, tanto che la bellezza del mondo fantastico potrebbe tranquillamente essere messa in secondo piano rispetto a quanto raccontato davvero.

Queste Oscure Materie nasce dal desiderio del suo autore di scrivere una sorta di versione moderna del Paradise Lost di Milton, il poema epico che narra di Adamo ed Eva e della caduta di Lucifero.
Anche il titolo della trilogia deriva dal poema, e precisamente dal libro due, versi 910–920:

Into this wilde Abyss,
The Womb of nature and perhaps her Grave,
Of neither Sea, nor Shore, nor Air, nor Fire,
But all these in their pregnant causes mixt
Confus’dly, and which thus must ever fight,
Unless th’ Almighty Maker them ordain
His dark materials to create more Worlds,
Into this wilde Abyss the warie fiend
Stood on the brink of Hell and look’d a while,
Pondering his Voyage; for no narrow frith
He had to cross.

Da notare, tra l’altro, che il primo volume della trilogia, La Bussola D’oro, in originale si intitola Northen Lights. È nella versione americana che viene adottato il nome usato poi anche per il mercato italiano, e sembra che questo sia successo per un fraintendimento tra editore e autore. Pullman, infatti, in un primo momento aveva supposto di chiamare la trilogia The Golden Compasses, ovvero LE bussole d’oro, sempre da un verso del Paradise Lost, libro sette, versi 224–229:

Then staid the fervid wheels, and in his hand
He took the golden compasses, prepared
In God’s eternal store, to circumscribe
This universe, and all created things:
One foot he centered, and the other turned
Round through the vast profundity obscure.

È interessante notarlo perché, UK a parte, il titolo di ogni libro corrisponde così a un artefatto che, effettivamente, serve ai protagonisti dei libri per circoscrivere, in qualche modo, l’universo in cui vivono. Bussole speciali per orientarsi e capire e quindi accettare. Se c’è infatti un messaggio che più di tutti incontra le mie corde, questo è la comprensione e l’accettazione di sé.

Ci si sofferma spesso a parlare del tema religioso di questi libri (e ci arriverò anch’io, ovviamente) ma, ancora una volta, è riduttivo relegare la trilogia a questa singola tematica.
Il bello e il difficile della storia di Pullman è che in verità non si può raccontare del tutto con un post su un blog, nemmeno con tre. Ci servirebbero almeno un paio di saggi. Perché si tratta di materia complessa. Materia Oscura, mi verrebbe da dire. Perché questa saga è davvero multistrato, capace di offrire più interpretazioni, più significati, e alcuni strati sono davvero profondi.

La Bussola d’Oro

In tutta l’opera, uno dei temi portanti è l’accettazione, termine che viene declinato in svariati modi ma che, appunto, permane in ogni singolo volume.
A mio modo di vedere, nella Bussola d’Oro si tratta in particolar modo l’accettazione di sé nel senso di comprendere chi si è e di accettarlo. È una comprensione che non finisce nel primo volume e che diventa tale solo dopo aver accettato ‘altre cose’ in momenti successivi. Ma qui, in questa prima parte della storia, Lyra deve accettare di essere Lyra in quanto persona, deve capire chi è e accettarlo se vuole continuare la sua avventura.

Lyra viene subito descritta come una bambina piuttosto ribelle. Non è la classica eroina con cui ti viene da simpatizzare subito. Devo anzi dire che, probabilmente, se l’avessi incontrata a scuola mi sarebbe pure stata antipatica, almeno all’inizio. Perché è terribile. Disordinata, sporca, crudele in qualche modo. Non è un maschiaccio, è anzi piuttosto femminile a mio modo di vedere, ma ama la guerra, la sfida, infrangere le regole. Ruba barche e reliquie dalle tombe, sale sui tetti, spia. È una che ti prende in giro, che ha poco rispetto. Non è, insomma, una persona facile. È fin troppo sicura di sé, tenace, caparbia e coraggiosa. Anzi, no, forse più che coraggiosa, almeno all’inizio, è spavalda e spregiudicata.

Pian piano, però, mano a mano che la storia avanza, Lyra scoprirà innanzitutto di non essere esattamente quello che credeva, e questo in molti sensi. Dovrà per esempio riuscire ad accettare chi sono i suoi genitori, quindi comprendere e ‘abbracciare’ una vera identità anagrafica che non è quella che avrebbe sognato. Ma dovrà poi riuscire a capire che ad ogni azione corrisponde una conseguenza, che ad ogni sua decisione seguiranno azioni e che le sue, di decisioni, non saranno sempre le migliori. Dovrà capire quanto è forte e quali sono le sue debolezze. Dovrà accettare di poter sbagliare, di non essere invincibile, di poter soffrire e rischiare grosso. Dovrà anche capire che non può esattamente essere chiunque lei voglia.

Solo di rado si era messa a pensare a se stessa, prima di allora, e trovò la cosa interessante ma scomoda: proprio come cavalcare l’orso, in effetti.

È un tema complesso, quello dell’accettazione. Un tema che viene sminuzzato in mille parti e sparso lungo il sentiero; solo una volta ricomposto dona una visione più ampia.
Già il fatto che i daimon assumano una forma definitiva solo una volta diventati adulti racchiude un po’ l’idea di scoprire e capire chi si è. Anche Lyra lo dirà, nei volumi successivi, che è più facile capire una persona con un daimon rispetto a una che non ce l’ha, tipo noi.
E sempre a proposito dei daimon, ad un certo punto si dirà che in molti sperano che il loro daimon si stabilizzi in un animale forte, come un leone, o una tigre, ma che raramente succede. Ecco, anche in questo caso, si tratta di saper capire chi si è davvero e accettarlo senza troppe riserve, come quel marinaio che non può mettere piede a terra perché il suo daimon è un pesce, o un delfino.
Ma c’è anche la figura di Ioufur Raknison, il re degli Orsi Corazzati, che contribuisce a sviluppare questa tematica. Ioufur vuole essere un umano. Vuole essere altro da quello che è, in pratica. E questo suo concentrarsi a essere altro lo porta a diventare più debole, meno attento.

Ma non si può mutare quel che si è; solo ciò che si fa.

E in quest’ottica Lord Asriel diventa simbolo del raggiungimento di un’autocoscienza piuttosto forte. Lui ha accettato di essere se stesso e infatti riesce a fare grandi cose. Terribili, a volte, certo, ma grandi. Come direbbe Silente.

Lyra è alla ricerca di sé senza neanche saperlo.
Del resto, come dice Silvia Costantino nel suo saggio Sulla soglia. Adolescenze e riti di passaggio, presente all’interno di Di tutti i mondi possibili, e che potete leggere qui:

La bravura di Pullman, e di molti altri autori del genere, non sta nel raccontare l’adolescenza come un momento di passaggio, di crescita positiva in cui il mondo adulto è la meta felice, ma di mostrarne il lato oscuro, la zona d’ombra: quella che impedisce al mondo di dispiegarsi nella sua magica interezza, perché le sovrastrutture dell’età adulta creano una cortina dalla quale è sempre più difficile districarsi. Certe oscure materie non sono solo le arti magiche contro cui la giovane Lyra Belacqua è costretta a combattere, sono anche la sostanza di cui è fatta l’adolescenza, quel rimestare torbido e ignoto in cui un po’ per volta bisogna immergersi, senza la certezza di ritornare in superficie.

E ancora:

C’è una componente di elaborazione del lutto, nel momento in cui si diventa giovani adulti. È il momento in cui si sceglie di reagire al caos e alla paura e si fa una scelta, lasciandosi dietro le certezze felici dell’infanzia.

Lyra imparerà a conoscersi, o a conoscere una nuova sé. Imparerà ad affondare nel torbido della vita, sua e altrui, per scoprire cosa si nasconde dentro di lei. E accettandola andrà avanti. Solo accettandola potrà procedere.
Del resto, come ci ricordano la Costantino e Wikipedia, Belacqua è il nome di uno spirito dell’Ante-Purgatorio di Dante. Belacqua e le altre anime dell’Ante-Purgatorio sono intrappolate tra due mondi e non hanno piena comprensione di se stessi. Sebbene su Wikipedia sia scritto che non si sa se questo fatto abbia qualche connessione con Lyra, può apparire piuttosto logico pensare che Lyra sia, proprio come il Belacqua dantesco, intrappolata tra due mondi in almeno due modi: tra il suo mondo e gli altri che esplorerà, e tra l’infanzia e la vita adulta.

Tra l’altro, tornando al discorso dei titoli, ammetto di preferire quelli della versione italiana perché mi piace la continuità creata dalla presenza di uno strumento. Ma ammetto che Northen Lights è particolarmente azzeccato per il primo volume perché le luci del nord, per Lyra, sono prima di tutto una sorta di mito, poi un sogno, poi la destinazione di un viaggio importante che vuole intraprendere e successivamente la meta che sente di dover raggiungere, e in fine luogo di tormento e di rivelazione. Riassumono perfettamente l’idea del diventare adulti, che si vuole raggiungere ma allo stesso tempo no, perché offre cose belle ma è anche tutto misterioso.

C’è poi la tanto discussa parte religiosa.

In America, in alcune scuole, è perfino stata bannata la lettura di questi libri per via della loro componente religiosa. O sarebbe meglio dire anti-religiosa?È facile capirne i motivi. Il mondo di Lyra è governato dal Magisterium, una chiesa che si rifà al credo cattolico con tanto di mitologia affine. Ovviamente, avendo il Magisterium molto potere politico, c’è una sorta di ‘libertà d’oppressione’ che porterà perfino a esperimenti sui bambini. Tutto in nome di dio, ça va sans dire.

È facile pensare che Pullman sia antireligioso, ma non sarebbe corretto. O, almeno, non dovremmo vedere il libro esclusivamente in quest’ottica.
La storia di Pullman racconta di come l’estremismo religioso, o se vogliamo il fanatismo in genere, porti alla rovina della vita. E se non è attuale questo…
Ma è importante non soffermarsi sul puro aspetto religioso della questione, perché si tratta di qualcosa di ben più ampio. Pullman si schiera contro tutto quello che vuole limitare il piacere che sa donarci la vita. E se quest’aspetto viene maggiormente approfondito nei volumi seguenti della trilogia (dove verranno esplicitati certi scopi), risulta difficile, per esempio, non mettere in relazione l’Intercisione con l’infibulazione, perché l’idea dietro l’Intercisione è proprio quella di mantenere le persone ‘pure’, qualsiasi cosa questo significhi, di togliere certi ‘peccati’ originari.

Indubbiamente la religione, qualunque essa sia, è la prima promotrice di questo tipo di propaganda contro il piacere, e la strega Ruta Skadi sarà piuttosto diretta, al riguardo, ma qui non si tratta di dio o non dio, si tratta di saper vedere e quindi accettare (di nuovo) e apprezzare i piaceri della vita. Piaceri che vengono venduti come dolori, da questi estremismi.

Vedi, il tuo daimon è un amico e un compagno meraviglioso fino a che sei giovane, ma nell’età che noi chiamiamo pubertà, l’età alla quale tu arriverai fra molto poco, cara, i daimon ti portano ogni sorta di pensieri e sentimenti dolorosi, ed è questo che da spazio alla Polvere.

E forse il dolore e il piacere sono le due facce della stessa medaglia. Forse non può esserci l’uno senza l’altra, e allo stesso tempo un piacere non è capace di oscurare un dolore?

Solo che Lyra è intelligente. Ha seguito degli adulti che vedevano nella Polvere qualcosa di negativo, ma ha scoperto che facevano cose orribili. Se ci fosse quindi la possibilità che la Polvere sia una cosa… buona?
È questo che lei e il suo daimon Pantalaimon si chiedono alla fine de La Bussola d’Oro, ed è questo che li porterà in un altro mondo a scoprire cose nuove, cose che dovranno essere accettate, cose che la faranno crescere, evolvere, cambiare. A scoprire che, forse, nel piacere si nasconde sempre un po’ di dolore, e che il bello è pure questo.

La Lama Sottile

C’è una bellissima sensazione di straniamento, all’inizio de La Lama Sottile, il secondo libro della trilogia.

Alla fine del volume precedente avevamo lasciato Lyra e il suo Daimon Pantalaimon intenti a varcare il ponte che collegava il suo mondo ad altri.
All’inizio di questa nuova avventura non c’è traccia di Lyra, non c’è traccia di Daimon, non c’è traccia di cose che potremmo definire sovrannaturali. Siamo infatti in compagnia di Will e, lo capiamo in fretta, ci troviamo nel nostro mondo, quello reale, quello dove sembra quasi certo che la magia non possa esistere.

È un’operazione davvero efficace perché il lettore, sebbene sappia che nell’universo di Lyra esistono altri mondi, non si aspetta di trovarci anche il proprio. E mi piace questa sensazione di incomprensione, di iniziale smarrimento che si prova e che potrebbe essere tipico, se vogliamo, di quella fase della vita che è l’adolescenza.

Will è un personaggio che rappresenta l’opposto dell’eroina che abbiamo già imparato a conoscere.
Lyra è una tipa appariscente, una persona a cui piace stare al centro dell’attenzione, comandare, farsi vedere. Will è tutto l’opposto, ha una madre con dei problemi e questo l’ha portato a essere diffidente e a voler rimanere nell’ombra, nascosto, strisciante.
Sono due modi completamente diversi di pensare che anche sulla carta si affronteranno: ci sarà proprio un battibecco tra i due in cui Will vuole sembrare il più ‘insulso’ possibile per passare inosservato, mentre Lyra opta per una messa in scena quasi teatrale che, ne è convinta, li aiuterà nel loro scopo. Lyra è una narratrice, racconta storie, bugie, per creare una verità diversa da dare in pasto alla gente che vuole in qualche modo fregare. Will è invece un lettore, ‘legge’ quello che gli succede attorno per rimanerne fuori, sullo sfondo.

L’accettazione ne La Lama Sottile riguarda quello che ci capita. Qui i protagonisti devono comprendere e accettare quello che succede loro perché, in fondo, non siamo fatti soltanto del nostro corpo e delle nostre idee, ma siamo anche frutto e conseguenza e reazione del contesto in cui ci troviamo, delle azioni che altri compiono durante la nostra vita e di tutte quelle cose che capitano per caso, se il caso esiste.
È un discorso molto complesso e interessante che trovo qui trattato con grande sincerità.

Sebbene Lyra sia una vittima degli eventi, ed è infatti la protagonista di una profezia, è anche vero che tutto quello che le è successo è frutto della sua volontà. È stata lei a volersi nascondere in quell’armadio al Jordan College, quando hanno tentato di avvelenare Lord Asriel. Lei ha deciso di salvarlo e poi di andare con la Signora Coulter, di tenerle nascosto l’aletiometro e di fuggire e di andare alla ricerca dell’amico perduto. Lo dirà, ad un certo punto, che forse tutto sarebbe stato diverso se non si fosse messa in quell’armadio.

Per Will però è diverso. Lui si ritrova dentro questa storia per colpa d’altri.
Ha una mamma con qualche problema mentale, ma l’ha compreso e accettato. È orfano di padre, forse, e ha accettato pure quello, in qualche modo. Quando delle persone indubbiamente cattive si intrufolano nella sua vita, lui ha compreso la situazione e ha deciso di accettarla e tentare di risolverla, sebbene non sia affatto facile. Perfino quando diventerà il portatore di quel magico coltello che da il titolo al romanzo, e succederà quel che succederà nel momento esatto in cui lo prenderà in mano, sebbene preso dallo sconforto, Will accetterà la situazione e si comporterà di conseguenza per poter sfruttare al meglio quel doloroso potere che si ritrova a possedere. Un potere non desiderato.

In un certo senso, pure il padre di Will è una metafora dell’accettazione. Si è ritrovato in un altro mondo e non s’è perso d’animo ma, anzi, è riuscito a crearsi una nuova, fortissima identità.

Sia ben chiaro, quelle di Will e suo padre non sono rassegnazioni e il loro accettare le cose non è privo di dolore. Sono però abbastanza intelligenti da capire che l’unico modo per proseguire è riuscire a trarre il meglio anche da quelle situazioni.
Nel cresce si è, in qualche modo, chiamati a fare la stessa cosa. Un adolescente si ritrova in un mondo diverso da quello di prima e inizia a capire le situazioni (famigliari, scolastiche, sociali, politiche e chi più ne ha più ne metta) in cui si trova. Spesso non vanno bene. Forse non ci vanno mai bene. Ma siamo qui, siamo qui ora, e possiamo disperarci e basta, o soffrire ma capire che si può (si deve?) andare avanti.
Ecco quindi che per diventare grandi bisogna capire chi siamo e accettarci, e poi bisogna capire dove siamo e accettarlo. Non è mai facile, come potrebbe? Ma si tratta di una verità che spesso tentiamo di non imparare, e questo sarà a nostro totale svantaggio.

Discuti pure su tutto il resto, ma non discutere sulla tua stessa natura.

Ricollegandoci poi al discorso della crescita, diventa particolarmente interessante il fatto che per poter aprire finestre su altri mondi, Will debba soffrire.
Non specificherò la natura della sofferenza per evitare troppi spoiler, sebbene possano apparire non significativi. C’è però una vera sofferenza, e se il passare fisicamente da un mondo a un altro mi sembra una stupenda metafora del passaggio dall’infanzia all’età adulta, e se questo continuo passare tra un mondo e l’altro si offre come immagine piuttosto esplicita dell’adolescente che cerca di capire a quale mondo appartiene davvero, la lama sottile è un po’ una chiave che tutti dobbiamo tenere in mano per varcare la porta della vera età adulta: per diventare grandi dobbiamo soffrire.

La questione religiosa, poi, inizia ad assumere contorni sempre più nitidi e… epici.
Si scopre infatti quali siano le reali intenzioni di Lord Asriel, lo zio di Lyra, ovvero (ATTENZIONE SPOILER) uccidere nientemeno che dio, l’Autorità, come viene chiamata nella trilogia, l’essere supremo che ha assoggettato il mondo, anzi i mondi, alla sua idea, alla sua obbedienza, ai suoi precetti.
Uccidere dio è uccidere un assolutismo, un estremismo. Uccidere dio è mettere fine alla paura delle cose belle, del piacere, del godimento.

Se c’è una cosa che diventa sempre più chiara mano a mano che si procede con la lettura, è che la vita la si può godere solo attraverso l’anima, o attraverso il proprio daimon, che poi sono sostanzialmente la stessa cosa. E questo punto diventa chiarissimo con gli Spettri di Cittàgazze, che quando ‘mangiano’ l’anima degli adulti lasciano quest’ultimi come morti, privi di vita, anzi, privi di voglia di vivere.
È l’anima che ci salva, anima che non è lo spirito, ma una sorta di nostra parte vitale. Ed è ancor più interessante scoprire che, nel mondo di Pullman, l’anima/daimon si stabilizza nel momento in cui si diventa adulti, o almeno proto-adulti, e che prima di diventarlo la nostra vera essenza non interessi né agli Spettri né alla chiesa, che è tanto preoccupata dal fatto che la Polvere si posi sugli adulti, che questo peccato originale si vada a insinuare proprio quando non si è più bambini.

“Gli Spettri fanno qualcosa di molto simile a quello che i vampiri fanno con il sangue; solo che il loro cibo è l’attenzione. Un interesse consapevole e informato verso il mondo. L’immaturità dei bambini è per loro assai meno attraente.”
“Proprio l’opposto di quei diavoli di Bolvangar, quindi.”
“Al contrario. L’Intendenza per l’Oblazione e gli Spettri dell’Indifferenza sono entrambi ammaliati da questa grande verità a proposito degli esseri umani: che l’innocenza è diversa dall’esperienza.”

C’è qualcos’altro da aggiungere? Si può aggiungere qualcosa dopo questa citazione?
Collegare l’esperienza con l’anima e il piacere e l’idea che questo sia peccato.

Ecco, quindi, perché Asriel vuole uccidere dio, proprio lui che ama fare esperienze. La dottrina ideata dall’Autorità è un qualcosa che va contro il piacere della crescita e dell’esperienza e del godimento che ne possiamo trarre. E il peccato originale non è infatti arrivato nel momento in cui Eva decide di mangiare il frutto dell’albero proibito? Quello che in verità è l’albero della conoscenza?
L’Autorità ci vuole non innocenti, ma stupidi, mi verrebbe da dire.

Ci sarebbe poi da discutere sull’Autorità stessa e sul fatto che, in pratica, non è più lei a governare ma l’angelo Metatron, il reggente. Sarebbe ancor più interessante far notare che nella mitologia ebraica Metatron non è un angelo fin dall’inizio, ma un uomo diventato angelo in seguito. Ma forse basta accennarlo per scatenare tutta una serie di pensieri.

È proprio il cuore di tutto, questa differenza tra bambini e adulti!

Il Cannocchiale d’Ambra

C’è una cosa che, nella foga di trattare le mille tematiche che si possono trovare nella trilogia di Queste Oscure Materie, ho forse dimenticato di sottolineare a dovere: sono tre libri bellissimi.

Non si tratta semplicemente dell’enorme capacità di Pullman nel trattare argomenti complessi, ma anche del suo saper raccontare un’avventura.

La storia raccontata è un crescendo continuo, si fa di pagina in pagina più appassionante, più intensa, più ricca! È la prima saga in cui ritengo che il secondo volume, di solito quello di transito e quindi un po’ più sciapo, superi in bellezza il primo, ma probabilmente non il terzo. E ad ogni romanzo si aggiungono elementi, creature, mitologie, che rendono quanto visto prima quasi ‘banale’, sebbene non ci sia assolutamente nulla di banale, prima.
Non c’è nulla che venga buttato lì giusto per dar mole al libro, tutto è invece studiato per rendere più intensa e profonda la lettura.

Mi vien da pensare a una sorta di grotta sotterranea, dalla quale si entra per un piccolo buco dove ci si deve anche abbassare e si arriva a una caverna gigantesca.
La Bussola d’Oro è il buco piccolo, la lettura più semplice e immediata, se vogliamo, quella che offre un’avventura dai richiami più classici: c’è una bambina che va alla ricerca di qualcosa, o meglio qualcuno, e nel farlo affronta pericoli e creature ‘magiche’.
La Lama Sottile diventa un tunnel piuttosto ampio, dove la carne sul fuoco inizia a diventare abbondante e anche poco conosciuta. Si aggiungono tematiche ancora più complesse e la stessa avventura dei due protagonisti si fa sempre meno sicura, più solitaria e, perché no, più sanguinolenta. Pur rimanendo una sorta di Cerca, il tutto assume qui sfumature meno precise e si contamina di molte cose.
E poi si arriva alla caverna, Il Cannocchiale d’Ambra, dove il mondo costruito da Pullman raggiunge dimensioni grandiose, epiche, che richiamano davvero molte mitologie e letterature, per creare argomentazioni complesse e avventure oltre ogni immaginazione.
Se si pensava di aver visto tutto con daimon e Orsi Corazzati e coltelli che aprono mondi, beh, ci si sbagliava di grosso.

Poi anche i personaggi. Lyra e Will in primis, ma non solo. Sono tutti caratterizzati con grande cura. Non ci sono mai personaggi davvero odiosi e, allo stesso tempo, tutti lo possono essere, a tratti. Lyra sa essere odiosa ma anche altruista. Will sa essere sociopatico ma anche coraggioso. Perfino la perfida signora Coulter, alla fine, è un personaggio che ti entra nel cuore perché ha talmente tante sfaccettature che è difficile non rimanerne abbagliati, proprio come i bambini che va a catturare nel primo romanzo. Ma così anche tutti gli altri personaggi. Dalla strega Serafina, che non mi ricordo se nel primo o secondo volume fa un discorso bellissimo sulla perdita del figlio, all’orso Iorek che parla della verità, agli angeli che accompagneranno Will e che si amano e che sono fragilissimi.

È, in somma, una lettura di quelle belle, appassionanti, che sanno regalarti quel desiderio di non smettere mai di voltare pagina, di non dormire o di non mangiare per scoprire quello che succede al tal personaggio piuttosto che al tal’altro. Cosa potrà mai capitare nel prossimo capitolo? E ora, cosa succederà a Pantalaimon? E vedremo mai il Daimon di Will? E suo padre? E come finirà il tutto?

Ah! Il finale! Quanta roba in questo finale!
Non ne parlerò. Sarebbe rovinare troppo la lettura. Di certo non è una conclusione ‘facile’.

Ma il fatto è che Pullman ha questo grande pregio, nei confronti dei giovani lettori: non li sottovaluta mai e anzi tende a portarli oltre. Non ha paura di metterli di fronte a cose terribili, così come non teme di metterli di fronte a cose bellissime.
Ogni cosa ha un senso e un suo scopo che sta a chi legge interpretare, trovare, intravedere o, volendo, ignorare.

Ho per esempio trovato bellissimo che i daimon delle persone siano di sesso opposto alla persona stessa. A un certo punto un personaggio sottolineerà questa cosa, così come, ad un certo punto, viene specificato che alcune persone hanno il daimon dello stesso sesso. Che cosa tutto questo voglia dire, sta a ognuno di noi capirlo. O magari non vuol dire niente, ma il bello è proprio questo.
Il bello di Pullman è che sa essere semplice e complicato allo stesso tempo. Nella stessa frase ci si può leggere solo una descrizione oppure un pensiero filosofico. Ma forse non è tanto il bello di Pullman, quanto piuttosto della buona letteratura in generale.

Ma focalizziamoci ora su Il Cannocchiale d’Ambra.
Qui Lyra e Will vanno nel regno dei morti, Lord Asriel combatte finalmente contro l’Autorità e poi ci sono i Mulefa, creature bizzarre e intelligenti che viaggiano su ruote.

Come per gli altri volumi, anche in questo ho trovato il tema dell’accettazione come condizione per crescere. L’accettazione che viene trattata in questo caso è quella della morte. Non è la sola accettazione che i protagonisti dovranno capire e digerire, ma è forse quella più preponderante e facile da scovare.
Non è un caso che Lyra si senta in obbligo di andare fino al regno dei morti per vedere un’ultima volta l’amico Roger che, in qualche modo, aveva contribuito a far finire lì. Se c’è infatti un momento di passaggio piuttosto chiaro tra la fanciullezza e l’età adulta, questo è proprio il comprendere la morte. O meglio, il capire che la morte non si arresta mai, che non basta non volere che qualcuno muoia per non farlo morire, che tu puoi fare di tutto, ma che se è la sua ora…
La mortalità è tra i mattoni più pesanti che servono per costruire un nuovo adulto. Alcuni la comprendono meglio di altri, alcuni la affrontano prima di altri, di certo, però, si diventa adulti quando, in qualche modo, si inizia a temere di poter davvero perdere qualcuno per sempre.

“Ma non vi spaventa avere la Morte accanto, sempre?” domandò Lyra.
“E perché dovrebbe? Se è qui, possiamo tenerla sott’occhio. Mi preoccuperebbe molto di più non sapere che c’è.”

Ma oltre alla morte c’è l’accettazione delle conseguenze delle nostre azioni.
Lyra va nel regno dei morti per parlare con Roger, dicevamo, perché è colpa sua se lui è morto. Non può riportarlo in vita, ma può affrontarlo. E parlarci. E alla fine si riuscirà anche a fare qualcosa, perché accettando quanto abbiamo fatto, sebbene sia stato qualcosa di cattivo, magari si riesce anche a riparare ai torti fatti.
Ecco allora che accettazione diventa anche un modo per poter risolvere le cose, in un modo o nell’altro.

Ma Il Cannocchiale d’Ambra è anche un inno alla vita. Uno splendido inno alla vita, che diventa ancor più ‘pimpante’ proprio perché si è potuto vedere quanto la morte fosse grigia. Ed è un inno alla vita fortissimo quando ci si rende conto che, in fondo, le sconfitte dell’Autorità e di Metatron non sono battaglie poi così lunghe, in numero di pagine, quanto quelle dedicate a Lyra e Will e al loro giungere (Raccogliere? Accogliere? Affrontare?) al peccato originale, prova che devono affrontare per poter cambiare il mondo. Il peccato originale che qui diventa salvezza e non caduta. Ed è la loro storyline che avrà maggiori conseguenze, non quella di Asriel e Metatron. La salvezza viene dalle loro azioni, non dalla fine del Regno dei cieli.

Trovo poi stupendo che Pullman sottolinei più volte che la vita va vissuta sì amando e ascoltando, sì vivendo in comunità e aiutandosi (in questo i Mulefa sono un esempio perfetto: non possono fare tutto da soli per via della loro fisicità, quindi sono obbligati ad aiutarsi, se vogliono sopravvivere), ma anche imparando! Perché imparando e capendo, ecco che si diventa se stessi.

Sono così numerose le volte in cui questo viene esplicitato…
Per esempio quando le Arpie dicono:

Se vivono nel mondo devono vedere e toccare e ascoltare e amare e imparare.

Oppure quando si parla dello studio che Lyra dovrà affrontare per poter leggere di nuovo l’Aletiometro:

“Ma allora potrai leggerlo assai meglio, dopo una vita di riflessione e di sforzi, perché le risposte verranno da una comprensione consapevole. La grazia conseguita in questo modo è più profonda e più piena di quella che ti arriva gratuitamente; inoltre, quando l’avrai raggiunta, non ti abbandonerà più.”

Quindi, una volta ancora, l’innocenza è diversa dall’esperienza, la giovinezza diversa dall’età adulta.
E anche:

“E se aiuti gli altri nel tuo mondo, se li aiuti a capire se stessi e gli altri, a capire come ci si deve comportare, a essere buoni anziché crudeli, e pazienti anziché avventati, e cordiali anziché scontrosi, e soprattutto ad avere una mente aperta e libera e curiosa… Allora la Polvere si rinnoverà quanto basta per sostituire quella dispersa da una finestra.”

E poi:

“[…] Pensate che per ottenere un dono basti schioccare le dita? Ciò che merita d’essere posseduto, merita anche un grande lavoro.”

Vivi! Ma vivi bene, sembra dire Pullman. Vivi senza riserve, senza lasciarti imbottigliare in convinzioni altrui, in dogmi restrittivi! (Ed ecco quindi perché la chiesa era diventata il nemico.)
Sperimenta e sii cordiale, non limitarti.
Impara. Scopri. Ama.
Vivi!

Non credo ci siano auguri migliori.

Intendeva dire che il Regno è finito, il Regno dei cieli, finito per sempre. Non dovremo vivere come se quello contasse più della vita in questo mondo, perché il luogo in cui siamo è sempre il più importante.

 

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  • La Bussola d’Oro, di Philip Pullman, Salani
    Traduzione di M. Astrologo e A. Tutino
  • La Lama Sottile, di Philip Pullman, Salani
    Traduzione di A. Tutino
  • Il Cannocchiale d’Ambra, di Philip Pullman, Salani
    Traduzione di F. Bruno
  • Paradise Lost, di John Milton
  • Sulla soglia. Adolescenze e riti di passaggio, di Silvia Costantino
    in Di tutti i mondi possibili, a cura di Silvia Costantino, Effequ