Modi di vedere

Mi chiedo spesso se ci sia un modo giusto di guardare il mondo. Per forza di cose, mi chiedo se ne esista anche uno sbagliato. Me lo chiedo spesso perché mi rendo conto di fare ogni giorno un po’ più fatica a mettere a fuoco quello che ho davanti.
Si tende a pensare che più si avanza con l’età, più si diventa saggi. Ma dov’è andato quel poco di saggezza che ormai dovrebbe spettarmi? Perché, direi quotidianamente, mi ritrovo a scontrarmi con visioni completamente differenti dalla mia, e sono spesso visioni così forti, così decise, così ‘violente’ che sono costretto a indietreggiare. Anche in casi nei quali mi pare lampante l’unico modo possibile di vedere la cosa, ecco che esiste qualcuno che la vede sotto una luce completamente opposta.
Com’è possibile che una stessa scena venga percepita in modi così totalmente diversi? Ed esiste un modo corretto per inquadrarla? Ho ragione io o ha ragione l’altro? Ed esiste la ragione?

Mi pongo spesso queste domande anche perché sono un padre col desiderio di trasmettere al figlio la capacità di osservare le cose in modo corretto.
Ma, anche qui, è possibile fare una cosa del genere?

Vector illustration of an octopus painted in an engraving style isolated on white.

L’anno scorso ho letto Altre menti. Parla di cefalopodi (polpi, seppie…) e del loro cervello, essenzialmente. Secondo l’autore del libro, i cefalopodi sono la creatura più vicina a un alieno che sia possibile incontrare sulla terra, e questo perché le nostre due catene evolutive hanno preso strade diverse ormai parecchio tempo fa ma, allo stesso tempo, pure loro sono riusciti a costruire un cervello notevole.
Il testo è interessante sotto molti aspetti, ma per quanto riguarda questo discorso a me basta soffermarmi su un paio di cose.

La prima: il cervello del polpo non è solo in testa.
O meglio, il sistema nervoso dei cefalopodi non è concentrato nel cervello, ma è distribuito su tutto il corpo. In un polpo, la maggior parte dei neuroni (ovvero quasi il doppio di quelli presenti nel cervello) si trova nelle braccia, che hanno pure dei sensori. Ecco quindi che queste braccia non hanno solo il senso del tatto, ma anche la capacità di percepire sostanze chimiche, capacità olfattive o gustative. Ogni ventosa può avere fino a diecimila neuroni per gestire sensazioni che possiamo ricondurre al tatto o al gusto.
Come potrà mai ‘vedere’ il mondo una creatura che ha neuroni sparsi ovunque? Che può sentire una sostanza anche dalle braccia?

La seconda: i colori.
I cefalopodi cambiano colore. In alcuni, come nelle grandi seppie, il corpo è come uno schermo sul quale vengono proiettati disegni in movimento. Pare che, oltre a fungere da segnali (per amici, nemici, camuffamento, ecc.) queste variazioni cromatiche possano anche mostrarci il ‘sentire’ dell’animale, la loro ‘vita interiore’. Ma c’è una cosa interessante: si ritiene che quasi sempre i cefalopodi siano ciechi al colore. Non è magnifico? Hai un corpo che può essere considerato un dipinto in continuo cambiamento, ma non puoi vederne il colore. Ma com’è possibile, allora, che un tale animale riesca a mimetizzarsi, per esempio, se non vede il colore che gli sta attorno?
Una ricerca ha dimostrato che almeno in una particolare specie di polpo, l’Octopus bimaculoides, i geni dei fotorecettori sono espressi nella cute e, inoltre, che la pelle di questo animale è sensibile alla luce. In pratica, i cefalopodi sembrano ‘vedere’ con la pelle. Non si sa ancora, però, se la percezione rimane a livello cutaneo o se invece viene trasmessa anche al cervello. Se le informazioni arrivassero al cervello, l’animale potrebbe vedere in tutte le direzioni. Se invece rimane cutanea, ogni braccio vede in maniera indipendente e tiene per se quello che vede.

Come vende il mondo, un polpo?

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Quando a mio figlio ho cercato di spiegare che gli animali vedono in maniera differente da noi, la cosa non è stata proprio facilissima. Per fortuna, però, Google riesce sempre a dare un piccolo aiuto. Poi, però, ci siamo fortunatamente imbattuti in Zoottica.

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Zoottica è un bel libro per bambini e ragazzi, ma non solo, perché oltre a spiegare cerca anche di mostrare come effettivamente gli animali vedono. C’è chi vede meglio, chi peggio, chi solo alcuni colori, chi ha una visuale molto più ampia della nostra e così via.
Ma il succo è questo: quello che vediamo dipende da come siamo fatti.

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Ma, direi, non è solo una questione fisica. Il vedere in modo diverso è anche un affare culturale.

In Cromorama, per esempio, Riccardo Falcinelli ci ricorda che in natura l’uniformità cromatica è rarissima, ma l’industrializzazione è riuscita a trasformare la tinta unita in un fatto quotidiano, tanto da riuscire a trasformarla in un criterio in base al quale definiamo il resto.
O, ancora, ci spiega che nel passato si è sempre tenuto conto della provenienza dei colori e quindi risulta normale trovare molti verdi e molti gialli nelle vetrate romantiche tedesche, mentre nelle francesi ammireremo più blu e rossi. Questi colori sono indicatori di determinate disponibilità in determinate aree geografiche.
Oppure ci racconta di come il blu oltremare, essendo diventato colore di prestigio nel Rinascimento, e divenendo quindi colore simbolo di nobiltà, viene scelto per il manto della Madonna. Una novità, visto che prima l’abito di Maria doveva essere scuro, un simbolo di lutto per la morte di Gesù.

Desiderare che i segni abbiano a che fare con la realtà è più forte di noi ed è facile convincersi che una convenzione sia un fenomeno naturale. Quando suggeriamo ai bambini di colorare il cielo usando il pennarello blu crediamo di evocare un fatto fisico senza renderci conto che stiamo applicando una moda precisa, senza dubbio poetica, codificata tuttavia dagli eleganti usurai del Rinascimento.

Ma quindi, il cielo, di che colore è? È possibile saperlo?
Esiste, in somma, un modo giusto di guardarlo?

Credo che il problema non sia trovare una risposta a questo quesito, ma cambiare la domanda. Non devo soffermarmi sul “esiste un modo giusto di vere?” ma concentrarmi su “perché io lo vedo così?”, “perché tu lo vedi così?”
Penso sia questa la chiave per uscirne.
Per forza di cose, io e te non potremo vedere tutte le cose, tutte le situazioni, tutti i fatti allo stesso modo. Siamo due creature diverse, se non proprio biologicamente, almeno culturalmente. Vedere diventa quindi un esercizio. Un esercizio fatto di tentativi di cambio di angolazione e tentativi di ricostruzione.

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Esiste un libro che si intitola The art of clean up. È un libro fotografico. Sulla sinistra viene presentata una foto ‘qualsiasi’, sulla destra la sua versione ‘ordinata’.
A casa ci siamo molto divertiti a sfogliarlo.

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Come cambiano le cose se le affrontiamo da una nuova angolazione? Tutto sembra così misero ma, allo stesso tempo, stupefacente. Quel rametto di pino è fatto ‘solo’ da tre minuscoli paletti e una sequenza di aghi verdi. Disposti ordinatamente su un foglio sembrano il conto dei giorni di un carcerato. Ma se assemblati da madre natura… ah! Che meraviglia!

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Avete mai sentito parlare di Strega? Forse no, anche perché questo romanzo è fuori catalogo da parecchio. E ingiustamente. Ma se vi dico Wicked? Forse vi suona famigliare, e infatti ne è stato tratto un musical di grandissimo successo.
Strega racconta la storia della cattivissima Strega dell’Ovest, la famosa antagonista della Dorothy del Mago di Oz. E qui è la protagonista assoluta. Qui, la storia risulta un po’ diversa da come ci era stata raccontata.
Ma anche tutta una serie di riscritture delle fiabe, come quelle fatte da Michael Cunningham ne Un cigno selvatico, o da Fabian Negrin che riscrive Cappuccetto rosso e la illustra in maniera divina. Ma di riscritture ce ne sono tantissime altre…

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Il succo rimane lo stesso: vedere le storie, e le cose, da un punto di vista diverso.
Se conosco la storia della strega di Hansel e Gretel, cambierà qualcosa nel mio modo di giudicare il famoso accaduto? Se scopro cosa davvero voleva fare il lupo, come vedrò la sua uccisione per mano del cacciatore?

È vero che le tende sono le sciarpe delle finestre?

Ma questo significa che non esiste un giusto e un sbagliato?
Non esattamente.
Prendiamo per esempio questa citazione sulle tende, tratta da Il segreto delle cose. Oppure, sempre dallo stesso libro, questa citazione qui:

Le tazze sono delle piscine molto piccole
che servono per metterci il tè.

Se anche le persone fossero piccole
potrebbero nuotarci dentro o schiacciarci
un bel pisolino (sempre che non fossero
piene di tè).

Hanno soltanto un orecchio e perciò
ascoltano la metà delle conversazioni

Ma questo alle tazze non importa perché,
soprattutto se sono di porcellana,
sono esseri abbastanza distaccati.

Questo libro mi piace moltissimo perché è un inno alla fantasia. Un inno a re-interpretare tutte le cose che ci circondano.
Ma è vero che le tazze sono delle piscine molto piccole?
No, non possiamo dire che le tazze siano delle piscine perché sono state create per bere il tè (fattore culturale), mentre le piscine vere sono fatte in modo molto diverso e hanno altri aggeggi tipo filtri, pompe, ecc. E poi noi non ci possiamo stare dentro (fattore biologico).
Ma se invece questa tazza la mettessimo in un terrario per gechi? La tazza diventerebbe una piscina? No, la tazza rimarrebbe una tazza, ma se piuttosto ampia potrebbe fungere da piscina per un geco.

Con questo voglio dire che non esiste un modo giusto per guardare le cose, per osservare il mondo, esiste però il modo corretto per cercare di interpretare quello che vediamo.
Ecco allora che quando mi accorgo di non riuscire a mettere ben a fuoco un fatto, quando mi ritrovo a vacillare sotto le insistenze di una visione diversa, il sapere che si può ‘studiare’ il fenomeno per vederlo meglio, per capirlo, mi tranquillizza. So che esiste un modo per comprendere sì il punto di vista altrui, ma anche per capire come voglio posizionarmi a tal proposito.
E a mio figlio posso cercare di mostrare che esistono differenti strumenti per capire quello che mi succede attorno e quindi valutarlo e decidere come comportarmi, di conseguenza, nel modo migliore. Credo anche che anche i libri come quelli citati possano essere un buon esercizio, un buon allenamento per imparare a non essere fossilizzati sulle proprie posizioni.
Non c’è altro che io possa fare. Ma forse è già qualcosa.

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  • Altre menti. Il polpo, il mare e le remote origini della coscienza di Peter Godfrey-Smith, traduzione di I. C. Blum, Adelphi.
  • Zoottica. Come vedono gli animali? di Guillaume Duprat, L’Ippocampo.
  • Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo di Riccardo Falcinelli, Einaudi.
  • The art of clean up: life made neat and tidy di Ursus Wehrli, Chronicle books.
  • Strega. Cronache dal mondo di Oz in rivolta di Gregory Maguire, traduzione di M. Piumini, Rizzoli.
  • Un cigno selvatico di Michael Cunningham, traduzione di C. Prosperi, La nave di Teseo.
  • In bocca al lupo di Fabian Negrin, Orecchio Acerbo.
  • Il segreto delle cose di Maria José Ferrada, illustrazioni di G. Stella, traduzione di M. Rota Nunez, TopiPittori.

 

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